Stefano Donno on twitter

sabato 31 marzo 2007

Breve intervista a Massimiliano Parente

d- Il tuo lavoro La Macinatrice (Pequod), ha suscitato diverse polemiche vuoi per la sua ipersessualità così decisamente e magistralmente architettata lungo tutto l’intreccio, vuoi per un codice linguistico serrato, mai ridondante, puntualmente ricercato che ha dato parecchio da pensare a numerosi critici sul significato di un’opera letteraria che fa bene alla letteratura. Ed effettivamente lo fa, soprattutto in quanto critica ad un sistema turbo-mediatico in cui ci troviamo a vivere. Poi il libro su Moresco (Coniglio editore) che racconta di una figura singolare nel panorama della letteratura contemporanea, cercando di portare alla luce anche le zone d’ombra di una figura come Moresco stesso. Comunque si sente forte nella tua produzione la volontà di non rimanere tra le righe. Di cosa ha bisogno oggi la letteratura per tirar giù un po’di grigiore dalle proprie spalle già troppo ingobbite. Alla fine intravedi della letteratura nel panorama italiano circoscrivendo il tutto alla più immediata contemporaneità?

r- La letteratura non ha bisogno di niente, se non di opere d’arte, che per loro natura sono imprevedibili, nel senso che non si collocano nell’orizzonte di attesa del pubblico e ne creano di nuovi, forzando i cliché e spalancando nuove visioni sul mondo, sulla lingua, sulla letteratura stessa. Nella letteratura italiana contemporanea vedo un panorama molto asfittico, e un gioco al ribasso sia nella critica, ormai privata degli strumenti critici e dell’intelligenza o in mano a pubblicitari, sia nella complicità degli scrittori al conformismo editoriale che spesso, appunto, più che scrittori, sono narratori autoriali o giornalisti mancati o sceneggiatori mancati. Non ho, comunque, e non voglio avere, una ricetta, perché la ricetta in arte non c’è. Molti si affannano a dire cosa deve essere la letteratura, coniano etichette come fiction, faction, fictual, tendono a eliminare le gerarchie estetiche propononendo un’idea parificante e morturaria di letteratura, ma la letteratura è più forte di tutto questo. Ma è sempre stato così. C’è chi vuole durare dieci mesi, e chi almeno dieci secoli. Vita standard di un venditore provvisorio di Collant, o La Delfina Bizantina di Aldo Busi, Horcynus Horca di Stefano D’Arrigo, o Gli Esordi o Canti del Caos di Antonio Moresco, o La Macinatrice del sottoscritto, sono capolavori che devono ancora essere metabolizzati ma forse è normale che sia così, se pensi che ancora uno come De Roberto, del quale i Viceré sono un romanzo molto più importante de I Promessi Sposi, aspetta ancora di trovare la sua giusta collocazione nella storia della letteratura italiana.

d - Il ruolo della critica letteraria, soprattutto sulle principali testate nazionali, sembra aver dimenticato di essere innanzitutto responsabile di muovere copie sul mercato che vanno nelle mani degli acquirenti, spesso ignari di essere stati vittime di veri e propri raggiri. Forse la critica è morta e siamo passati alle sveltine analitiche da giornalismo culturale, anche se di buon livelllo, ma pur sempre poca cosa. Cosa ne pensi in merito?

r- Penso che, finita l’epoca delle conoscenze e dello studio, finite le grandi scuole della critica che,seppur con i loro limiti, si confrontavano sui testi come strumento di conoscenza e producendo strumenti di analisi letteraria e sociale, oggi la critica sia in mano o agli opinionisti, o ai pubblicitari. Non credo che il pubblico sia raggirato. Il pubblico è superficiale per antonomasia, e come la politica è lo specchio del paese, così i supposti critici sono lo specchio dei supposti lettori, che in genere sono non lettori.

d-Puoi dare qualche anticipazione sul tuo prossimo lavoro?

r- Non posso, me l’ha vietato l’editore. Posso solo dirti che si intitolerà Contronatura e sarà un evento nella letteratura italiana. Non so chi leggerà questa intervista né dove apparirà perché non leggo quasi mai i blog, ma se dovesse esserci qualcuno potrebbe pensare che io sia presuntuoso, narcisista, megalomane. Lo pensi pure, io me ne fotto perché ho altro da fare che fingere di essere umile per dare a qualcuno la soddisfazione di essermi sbagliato, tra cento anni, almeno su me stesso.

venerdì 30 marzo 2007

L’Aprile

Rassegna di libri e di autori a cura di Mauro Marino

Dopo i semi di marzo, l’aprile.

Aprile, un mese che amiamo, di resistenze e di passioni che dedichiamo alle cose della terra e della natura con un omaggio in apertura a San Francesco con suoni di versi ispirati al suo cantico dei cantici, giovedì 5 aprile con l’attore Marco Grazioso e il pianista Gianluigi Antonaci.

Il 13, dalle h.20.30, al Fondo Verri è la volta del crudo salentino con Omar di Monopoli che presenta il suo nuovo romanzo “Uomini e cani” (Isbn edizioni) e il 15, dalle ore 20.00 al Fondo Verri, Giuliano Capani il 20 con il suo film sul tarantismo “Un ritmo per l’anima”.

Mercoledì 18, dalle h.20.00, al Fondo Verri è di scena la poesia con “Utero di luna” (poet/bar –Besa) di Marthia Carrozzo che sarà presentato dalla voce dei radiodervish Nabil Salameh.

Venerdì 20, dalle h. 19.00, andiamo in trasferta per il progetto di promozione della lettura che curiamo per il Comune di Trepuzzi e nell’ Aula Consiliare presentiamo “Il sole e il sale” (Icaro)

con Rocco Aprile, autore del romanzo griko-salentino, Luigino Sergio e Raffaella Aprile.

Mercoledì 25, dalle h.20.00, al Fondo Verri, udite, udite: Mauro Marino e Piero Rapanà presentano: “Nuvole”, per una educazione sentimentale al mondo. Lo spettacolo che ha inaugurato il sodalizio artistico da cui nasce il Fondo Verri.

Sabato 28, dalle h. 18.30, ai Cantieri Teatrali Koreja, nel foyer del teatro incontro con la poesia di Vittorino Curci.

- Giovedì 5 aprile, h.20.30, Fondo Verri

Marco Graziuso e Gianluigi Antonaci

Cum tucte le tue creature

Suoni di versi ispirati al cantico di San Francesco

- Venerdì 13 aprile, h.20.00, Fondo Verri

Omar Di Monopoli

Presenta il suo romanzo: Uomini e cani

Una furibonda cavalcata nel cuore nero del Salento.

ISBN edizioni (Il Saggiatore)

- Domenica 15 aprile, h.20.00, Fondo Verri

Un ritmo per l'anima

un film sul tarantismo di Giuliano Capani

- Mercoledì 18 aprile, h.20.00, Fondo Verri

presentazione di Utero di Luna (poet/bar –Besa)

di Marthia Carrozzo interviene Nabil Salameh

- Venerdì 20 aprile, h. 19.00, Aula Consiliare del Comune di Trepuzzi

progetto di promozione della lettura

incontro con Rocco Aprile

- Mercoledì 25 aprile, h.20.00, Fondo Verri

Mauro Marino e Piero Rapanà

presentano: Nuvole, per una educazione sentimentale al mondo.

- Sabato 28 aprile, h. 18.30, Cantieri Teatrali Koreja

Incontro con la poesia di Vittorino Curci



giovedì 29 marzo 2007

Rossano Astremo: per una nuova vertigine del senso

Siamo in una fase storica in cui le notizie su carta stampata fanno parte di una dimensione di vera e propria archeologia mediatica. Oggi la Rete è divenuta la matrice per eccellenza, la torre di Babele in cui ciascuno di noi può sapere di tutto e su ogni cosa e dove le informazioni sulla cultura e l'editoria sono di più immediata fruizione. Cosa c'è ancora da fare per migliorare l'azione culturale on-line, e quali, se tu ne vedi, gli ostacoli principali?

Notizia di qualche giorno fa: la rivista americana “Life” chiude i battenti, per risorgere in versione on-line. Tra qualche anno anche il quotidiano“New York Times” smetterà di stampare la versione cartacea. Questo significa che l’informazione ha oggi nella Rete un suo centro propulsore innegabile. E ciò riguarda anche l’informazione che concerne le vicende editoriali e culturali. Ad esempio, molti dei libri che leggo li scopre grazie a segnalazioni su siti, riviste on-line, lit-blog e quant’altro. Da questo punto di vista credo che le potenzialità di Internet siano grandiose. O, ancora, un altro aspetto grandioso è il fatto che molti scrittori abbiano trovato nella Rete un modo per eludere le classiche logiche editoriali. Non più montagne di manoscritti spediti a dozzine di editori, ma post che poi diventono libri. Lo scouting oggi si fa in Rete. Vedi Pulsatilla, ma anche la Cutolo che esce a giorni con “Pornoromantica”, edito da Fazi. E, perché no, Roberto Saviano ha cominciato a pubblicare i suoi reportage su Nazione Indiana. Io non vedo ostacoli. Mi chiedi cosa fare per migliorare l’azione culturale on-line? Uscire dalla Rete, forse.
Un modello esemplare di quello che può essere un modello culturale da seguire è AbsolutePoetry, che oltre ad essere un blog interamente dedicato alla poesia è anche un Festival di grande spessore, che ogni anno cresce e s’arricchisce di contenuti.

Cosa è cambiato nella tua ricerca da quando hai associato al tuo blog Vertigine, anche il cartaceo, trasformandolo in un periodico?

La rivista Vertigine nasce perché “la carta non è tutto ma aiuta”. Io credo ancora nella lentezza della lettura, nel piacere erotico del libro, del peso della carta che impasta le dita. Quindi penso che la Rete abbia un’immensa funzione informativa, ma la creatività, a mio parere, ha ancora bisogno della carta. L’esperienza di Vibrisselibri, di cui faccio parte, è significativa in questo senso. Potete scaricare i libri, ma il nostro obiettivo è quello di allettare gli “editori cartacei”.

So che stai lavorando molto sul piano poetico. Potresti parlare della tua ultima raccolta?

La mia nuova raccolta si chiama “L’incanto delle macerie”, pubblicato dall’editore Icaro di Lecce. Raccoglie una settantina di testi composti negli ultimi tre anni e nonostante l’apparente forma frammentaria può considerarsi, a tutti gli effetti, un poema. Il libro racconta una storia d’amore tra un uomo e una donna, consumata all’interno di uno spazio domestico claustrofobico, dove uno schermo sprigiona immagini di dolore (le continue immagini di guerre che siamo abituati a vedere senza sconvolgerci minimamente). L’idea era quella di creare una sorta di immensa struttura simbolica: l’amore trionfa sopra ogni cosa. So che può sembrare una definizione mocciana. Ma vi assicuro che di Moccia c’è ben poco…

Nato nel 1979, è di Grottaglie (Ta). È giornalista pubblicista. Scrive per “Il Nuovo Quotidiano di Puglia”. È il curatore del periodico di scrittura e critica letteraria “Vertigine” (blog: vertigine.wordpress.com). Collabora con l’Università degli Studi di Lecce al progetto “Il lettore di libri nella regione Puglia". Ha pubblicato “Corpo poetico irrisolto”, edito dalla Besa nel 2003 e “Jack Keroauc. Il violentatore della prosa” (Icaro Editore, 2006). Fresco di stampa la raccolta di versi “L’incanto delle macerie” (Icaro Editore, 2007). Suoi testi critici e creativi sono sparsi su riviste cartacee, webzine e antologie.

mercoledì 28 marzo 2007

Capitan America's Theme

Quando Capitan America lancia il suo potente scudo
Tutti coloro che vogliono opporvisi devono arrendersi
Se viene costretto a battersi e inizia il duello
Allorail bianco, il rosso e il blu trionferanno




(da Ultimates 27)

martedì 27 marzo 2007

Muore Capitan America

La notizia è certa! La Marvel farà morire Capitan America. Una notizia che anche il grande Goffredo Fofi non poteva ignorare (n.83 del Domenicale del Sole 24 ore). Ma non basterebbero tutte le analisi di sociologia del fumetto o ardite congetture di costume per spiegare una decisione così ad alto potenziale distruttivo come questa: al diavolo tutte le lotte senza risparmio di energia e muscoli del CAPITANO contro i Liberatori o altri nemici dell'universo. L'America decide di ritornare ad un più meditato giudizio anche sulle sue più importanti icone super-umane... La fallibilità di una giustizia infinita non ha retto contro Saddam e Osama Bin Laden, e non può reggere in nessuna eventuale campagna bellica contro un qualsivoglia nemico che minacci l'ordine mondiale ( ovvero gli interessi della White House) perchè questa è l'epoca in cui occorre muoversi con tatto, intelligenza, onestà e non è un caso che spopoli Harry Potter, minus habens fisicamente, ma dotato di altre importanti doti fondamentali per l'homo novus. Aspettiamo quindi di partecipare ai funerali di Capitan America, attendiamo di acquistare il memorabile album da collezione e sappiamo per certo che toccherà molto presto anche a Capitan Bretagna e ad Iron Man (Tony Stark) come ultimo rappresentante del desiderio di dominazione americana sulle tecnologie da guerra!!!

Orso contro squalo


Dato un terreno di scontro relativamente equilibrato - per es. uno specchio d'acqua abbastanza profondo perchè uno Squalo possa muoversi con perizia, ma anche abbastanza basso perchè un Orso possa starvi in piedi e agire con la destrezza che gli è propria - chi vincerebbe in un combattimento fra un Orso e uno Squalo?Di cosa stiamo parlando? Perchè a questo punto non cambiare i soggetti dello scontro in questo periodo, con altri animali come un opossum, uno scoiattolo, una volpe, un lupo, un gorilla e chi più ne ha più ne metta. Di cosa stiamo parlando? Di un indovinello da quiz show televisivo, di un mantra zen, di un videogame per PlayStation 2, X-Box, o Nintendo Ds? Perchè poi proprio un Orso contro uno Squalo! Ci stiamo occupando in realtà dell'ultimo lavoro di Chris Bachelder, Orso contro Squalo, edito per i tipi della Minimum Fax di Roma. Il romanzo ambientato in un'America del futuro (?!) racconta le vicissitudini della famiglia Norman, il capofamiglia, due figli maschi, e una splendida moglie ossessionata dalla postura perfetta da tenere in ogni occasione, che ha vinto dei biglietti gratis per lo scontro del secolo tra Orso contro Squalo che si terrà nello Stato di Las Vegas. Una battaglia all'ultimo sangue che vedrà in campo due forze della natura, con le loro genetiche potenzialità distruttive, nate però dall'artificiale competenza, in materia di intrattenimento interattivo, di una grossa corporation di software la HardCorp. Cris, ha regalato alla sua famiglia, grazie al suo tema vincitore sul significato che ha per l'America il match Orso contro Squalo, la possibilità di godersi uno spettacolo avveneristico, con soggiorno e pasti pagati al nucleo familiare in questione, dalla società che ha sponsorizzato il concorso. Il singor Norman é uno che lavora per un 'equipe che progetta elettrodomestici finti per prototipi di appartamenti e villete a schera. Ha un discreto stipendio, una moglie adorabile, forse dei figli un pò problematici (chi non li ha oggi!), ma tutto sembra perfettamente renderlo un innoquo cittadino della middleclass americana, uno da manuale per intenderci. Eppure qualcosa che non quadra c'è, si impossessa in maniera subdola di piccoli frame di pensiero del signor Norman, quando cerca di pensare ai tanti perchè e le tante risposte che non hanno trovato modo di soddisfarlo nella sua esistenza, magari facendogli fare le scelte meno adatte, gettandolo nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Questioni assolutamente fondamentali, per chiunque cerchi ogni tanto di fare dei bilanci approssimativi di ciò cha ha costruito o meno nella propria vita! Chris Bachelder lascia vivere i sui lettori letteralmente attaccatti alle pagine, non tanto per dei colpi di scena veri e propri, del tipo che il viaggio dei Norman a Las Vegas viene ripreso 24 ore su ventiquattro proprio come in un reality show che si rispetti, quanto per le implicazioni del messaggio che l'autore lancia lungo l'intera struttura del romanzo. Un'indagine soiologica e antropologica sul valore dell'informazione nella società del domani. Un mondo dominato da una mole così grande d'informazioni che risulta impossibile gestire i flussi input/output di senso per qualsiasi cittadino di questa gigantesca matrice! Canali televisivi che danno approfondimenti in pochissimi minuti, oppure si sintonizzano quasi mesmericamente sui gusti del telespettatore. La pubblicità non vende più prodotti ad un virtuale acquirente, non vuole soltanto assopire le coscienze e dirigerle verso questo e quell'altro marchio, non tenta di essere semplicemente lusinghera nei confronti della massa acefala delle carte di credito e del denaro contante, vuole trasformare la collettività in automi che non riescono a formulare una frase di senso compiuto, non gestiscono saperi, oppure li coordinano male, creano miti attraverso lo stravolgimento dell'intera struttura delle informazioni storiche, culturali, disintegrandole completamente. La pubblicità trasforma la propaganda commerciale in un contenitore senza fondo in cui é bene lasciarsi precipitare, perchè l'altra faccia della medaglia sarebbe il tentativo di acquisire lucidità, e la conseguenza più immediata la follia fulminante! I media, i new-media, e i post-media, poi incrementano questo processo, producendo una coscienza artificiale fatta di grettezza e imbecillità, spacciandola per approfondimenti, cultura, intrattenimento, generando zombi che spacciano la metabolizzazione di questo nulla come argomenti di cui parlare in famiglia, magari, seguendo Paranormal Channel o giocando a qualche new game con i JoyPads dell'ultima generazione. Un esempio: "In Spartacus si vedono dei tizi con l'orologio digitale al polso, ma mica c'erano gli orologi digitali all'epoca degli antichi romani". Un mondo descritto da Chris Bachelder dove grazie a internet, chiunque abbia una sua opinione può esprimerla e farsi sentire. Il più povero mangiascoiattoli sperduto in mezzo ai campi, posto che abbia un provider decente, può costruirsi una pagina internet proprio accanto a quella di un figlio di papà dei quartieri alti. La tecnologia e lo spettacolo hanno livellato le differenze di classe e creato una forma pura di democrazia. L'autore però sembra strizzarci l'occhietto, a non credere a questa demenza nata dai sogni di un sistema dell'informazione che crea apparentemente democrazie mediatiche gestite in realtà tirannicamente dai centri finanziari del potere economico. Anzi ci dice di prendere questo libro come antidoto per l'uomo di oggi, a non costruire o rendere ancora più potenti nel futuro gli stessi mostri mediatici che così splendidamente egli descrive in queste pagine, con uno stile assolutamente poderoso. Un libro che se fosse letto da Noam Chomsky, verrebbe da lui consigliato per le stesse ragioni e senza se e senza ma!

(da www.musicaos.it)

mercoledì 21 marzo 2007

A presto!

Lascio queste mura trasparenti, questa piccola casa per qualche giorno. Devo ancora abituarmi all'idea di non potermene prendere cura per cause di forza maggiore. Parto. A malincuore, perchè quando il viaggio comincia, non sai quanto forte soffierà il vento, o quali scherzi giocherà il destino. Solo cinque giorni. Poi ritornerò.



martedì 20 marzo 2007

Fucked Up

Al di là delle vicende giudiziarie che hanno coinvolto dal 2005 Christopher Wilson , residente a Eagle Lake in Florida, e “signore assoluto” del sito www.nowthatsfuckedup.com che ha costretto addirittura la Cia a scendere in campo non tanto per le immagini (video e altro) di porno amatoriale ivi contenute (pretesto superficiale per la chiusura del sito) quanto per alcune foto terribili provenienti dai campi di guerra in Iraq e Afghanistan mandate dalle stesse truppe americane (301 capi d’accusa e una cauzione di 151.000 dollari per il povero Chris), e al di là delle battaglie legali portate avanti dal suo avvocato Lawrence Walters (specializzato nella difesa di pornoshop e librerie per adulti), il libro Fucked Up a cura di Gianluigi Ricuperati edito per i tipi di Bur nella collana FuturoPassato, è un libro che non solo va letto con la massima cautela, ma si presta ad una valutazione interessante, che va oltre il mero aspetto cronachistico e che incontra i gusti più svariati di potenziali acquirenti. Un libro che ha l’intento, come sostiene a pag. 23, Maurizio Donati editor della saggistica Bur “di ricavare da questa trovata paradossale di un giovanotto americano l’occasione conoscitiva che è in grado di offrire. Una rappresentazione della guerra, certamente feroce, certamente unilaterale, ma, per una volta, dalla prospettiva di chi la guerra la sta combattendo”. Fucked up, se ci si lascia intrappolare dalla sequenza d’immagini, soprattutto nelle sezioni Due e Tre, risulterebbe un volume inguardabile, e sconsigliabile per l’acquisto, in quanto alcuni di quei contenuti iconografici vanno oltre la semplice rivelazione della brutalità della guerra, delle guerre. A questo si aggiunge uno scandaglio psico-foto-iconico acutissimo dell’imbestiamento incarnatosi nei componenti degli eserciti all’interno degli accampamenti, dove si assiste ad un ricco ventaglio di degradazioni dell’essere che vanno dagli omicidi con mutilazione, al sesso di gruppo tra commilitoni, alla logica dell’umiliazione e della sopraffazione stupida e cieca., al compiacimento animalesco per deliziosi ritratti di pezzi di corpi umani smembrati, accanto a soldatesse con tette al vento (l’accoppiata tra le donne nude e le armi è un vero e proprio top of the tops, e di fatto alle fiere dell’industria militare sembra che esistano soltanto come standard pubblicitario, modelle in bikini che mostrano ai maschi, magari, come funziona una Desert eagle ndc- ) oppure pisciate di gruppo post-sbronza. Non di rado accanto a foto come quelle sopracitate, si possono leggere nel sito post del tipo “Cazzo non l’avevo mai vista da questa prospettiva. Questi stronzi che si fanno esplodere non sono altro che degli arrapati. Mandiamogli settantaduemila delle nostre fighette e vedrai che ci andranno giù pesante con loro invece di finire in quel modo. Ehi, grandi capi, laggiù, al Pentagono, mi sentite? Settantaduemila fighette e la pace arriverà di sicuro”(post anonimo, pag.119). Se dovessimo invece non accontentarci della semplice carrellata di orrori, potremmo vedere ben altro, ovvero la deriva esistenziale di una società come quella americana che non gode certo di buona salute. Di certo Fucked Up non è un saggio che tra le righe, opera una vera e propria critica al sistema della politica interna ed estera americana, affetto magari da una vera e propria sindrome di Magneto, signore del magnetismo (vedi X-Men - ndc), nel voler imporre la vittoria dell’homo superior (americani) sul resto del mondo (homo sapiens sapiens), né può essere un’esposizione delle paranoie del governo americano complottistiche interplanetarie e non solo ( il caso Roswell, gli X-Files, i Men in Black, le torture ad Abu Ghraib), e figuriamoci poi se può considerarsi un libro, dove vengono analizzati, dissezionati e smascherati misfatti e menzogne con cui i centri di potere finanziari e le multinazionali americane cercano di paralizzare le istituzioni democratiche per assumerne il controllo (come è successo ad esempio nell’America Latina). Fucked Up mette in campo esplicitamente una volontà di rendere qualcosa di morboso sia in una poetica sub-umana dove il corpo è assolutamente genitalizzato, proprio perché svuotato del suo essere corpo come sistema plurimo di comunicazione e condivisione con e per l’Altro , sia in una impudicizia infinita, orientata al by-passamento di qualsivoglia codice normativo sociale, morale, fondata sull’assoluta mancanza di senso di colpa, dove l’intimità della sofferenza, dell’isolamento, della lontananza dalla propria terra in luoghi dove vige la legge del portare il culo a casa, non c’è più. Quasi fosse un reality show, come lo è stata, guardando con maggiore obiettività, la missione Desert Storm nel 1991, la prima guerra mediatica come aveva giustamente rilevato qualche tempo fa Stefano Cristante, nel suo saggio Azzardo e Conflitto edito per i tipi di Manni. Ed è proprio vero quello che sostiene Marco Belpoliti nella bellissima post-fazione al volume ( che tra l’altro risulta essere un vero e proprio saggio di alta teoresi estetica del repertorio fotografico contenuto nel volume) a pag. 146: “ Fatte le dovute proporzioni, gli anonimi fotografi della seconda guerra irachena sono i nipotini di Eichmann, appartengono a quella banalità del male che Hannah Arendt aveva individuato nel criminale nazista, l’uomo della porta accanto, il vicino di casa consisteva nel gesto meccanico e nel tono burocratico delle risposte davanti ai giudici di Gerusalemme che lo interrogavano”. Ma cosa significa, alla fine fucked up … fa parte del gergo, dello slang americano per indicare qualcosa di strano, inusuale, pazzesco … per farvi un esempio … i film di Rob Zombie sono fucked up, le immagini del sito Rotten sono fucked up, i film hard-core dove delle attrici porno si accoppiano con gli animali sono fucked up … questo libro è fucked up!

(da www.musicaos.it)

Fucked Up, a cura di Gianluigi Ricuperati, Bur, collana FuturoPassato, pp.156

lunedì 19 marzo 2007

La società dello spettacolo

TEATRO CONTATTO 06/07 LA PAURA E IL CORAGGIO

23-24-25 marzo 2007, doppio spettacolo ore 19.30 e ore 22.00
Baldasseria (Udine), Spazio Teatro Capannone, via Baldasseria Bassa 371

LA SOCIETÀ DELLO SPETTACOLO
da Guy Debord
un progetto di Michelangelo Bellani, C.L. Grugher, Marianna Masciolini, Silvia Panico
regia C.L. Grugher
con Marianna Masciolini, Michelangelo Bellani, Anna Laura Vinti, Giovanna Vedovati, Marco Rufinelli
l’uomo della voce: Tonino De Bernardi / l’uomo della videocamera: Matteo Duranti / l’uomo della tecnia: Francesco Servettini
una produzione M.M. macchinamodulare officine teatrali
spettacolo per 50 spettatori a replica

Biglietti: intero 12 euro, ridotto 9 euro, studenti 6 euro. Ulteriori agevolazioni con ContattoCard: intero 9 euro, ridotto 7 euro, studenti 5 euro!

MACCHINA MODULARE _ Seguendo i passaggi più illuminanti dell’opera di Guy Debord, padre del situazionismo e primo teorizzatore della società mediatica, Macchinamodulare ci fa entrare in un evento che scommette sulla fuga del tempo, abbatte la relazione mediatica di spettatore-spettacolo e coinvolge in un percorso di “partecipazione immediata ad un’abbondanza di passioni della vita”.

LA SOCIETÀ DELLO SPETTACOLO è un luogo da attraversare come esperienza, fra schermi, voci off, musica e performance. Attraversato un primo grande schermo semicircolare il pubblico si ritrova all’interno di un parallelepipedo tutto nero in cui sono state ricavate sei stanze. Indossate le cuffie in dotazione, si ascolta, si assiste ad azioni, performance, si catturano immagini proiettate su grandi schermi che riflettono quanto accade in tutte le altre stanze.

GUY DEBORD _ Nel 1967 Guy Debord pubblica La società dello spettacolo, libro cult del Maggio francese. Per la prima volta circola una definizione di spettacolo come irrealismo prodotto da una pratica sociale. Vent’anni dopo il suo autore sarà fra i primi a parlare, nei libri e nei suoi film, di “spettacolare integrato”, dimensione che vede un’intera generazione “allevata” e dunque perfettamente “integrata” dal dominio dello spettacolo, una “massa” assogettata agli idoli spazzatura creati ad uso e consumo dell’ideologia della merce.

BIGLIETTERIA DI TEATRO CONTATTO Udine, Teatro S. Giorgio via Quintino Sella - borgo Grazzano tel. 0432 511861 - 510510 fax 0432 504448 biglietteria@cssudine.it www.cssudine.it

Per una soluzione di continuità sul Nulla

Prendete pure tutto
provateci se vi riesce
a rastrellare i rantoli
del mio respiro che trascina
ruggine rovinosa
tra le rupi desolate dei ricordi.
Non ho più nulla

CREDETEMI

neanche gli occhi mi appartengono più
nemmeno le mani rispondono
o le ginocchia
ormai solo pronte a

GENUFLETTERSI

e chiedere per sempre perdono
come piccola nota al margine
di tutti i margini e di ogni scommessa
che ho perso

domenica 18 marzo 2007

Salvatore Toma: una poesia selvaggia e pura

Salvatore Toma nasce a Maglie, nel Salento, l'undici maggio del 1951. Prende il diploma di maturità classica, ma rinuncia ad intraprendere carriere e a costruirsi una vita cosiddetta borghese, e prosegue la sua esistenza in una vita appartata, tanto più libera e consona al suo carattere quanto più distante dai suoi concittadini e dal mondo moderno, ed è qui che ha la possibilità di dispiegare la sua poetica. Il giovane Toma visse per lo più nell'appezzamento di terra della famiglia, nei dintorni di Maglie, dove allevava cani di razza inglese, e in un querceto, detto "delle Ciàncole", dove trascorreva ore su un certo albero. Il suo vivere stravagante e solitario era un riflesso del suo carattere votato a una naturalità selvaggia e pura. Cominciò precocemente l'uso dell'alcol che lo accompagnò per tutto l'arco della sua breve vita, e che esasperò in lui la sua carica di passionalità e di desolazione. Morì nel marzo 1987, a trentacinque anni. Tre sono i temi fondamentali della poetica di Toma: il senso della morte e l'atto del suicidio, l'amore verso gli animali e i sogni. Essi sono animati da convinzioni profonde: per Toma il sogno è in grado di trasformare il mondo intero nella sua favola; il vivere a contatto con la natura gli diede la possibilità di scoprire "nell'ingenuità " misteriosa degli animali una superiore purezza, un senso di definitivo, una superiorità profonda nei confronti dello stretto mondo degli uomini. E poi c'è il tema della morte e della vita, e del suicidio, tema più ampio e che, bene o male, riveste tutta la poetica dell'autore. Ciò che rende potente la scrittura di Toma sull'argomento del suicidio, è la validità sicura e alta che egli dà a quest'atto da tutti ritenuto vile e orrendo. Egli è dalla parte di chi si suicida, e non vi vede alcunché di vile nel "farsi fuori"; e se il mondo impone che "suicidarsi" non è cosa buona, è perché il mondo non vede quanto poco buono sia esso stesso.


di Mauro Marino (Fondo Verri - Lecce)

sabato 17 marzo 2007

Giulia Carcasi: miracolo pop?

Il primo libro di Giulia Carcasi per i tipi di Feltrinelli, ha come titolo "Ma le stelle quante sono": racconta la storia d'amore tra Alice e Carlo esordienti nello strano gioco della vita. Parlando con dati alla mano il volume è giunto alla dodicesima edizione e ben 120.000 copie vendute. Questo quando aveva poco più di vent'anni. Ora con il suo ultimo lavoro sempre per Feltrinelli, "Io sono di legno", si spiana la strada per diventare un vero e proprio caso editoriale. Nella prima settimana d'uscita ben 65.000 copie vendute. Non si tratta in questo caso di voler essere attenti solo al fenomeno commerciale. In realtà dati di tal sorta indicano un indice di gradimento molto forte per una scrittrice, che sembra voler sfidare il leviatanico Federico Moccia. Dati di vendita che attestano quanto la parola composta e sublimata in un'ottima prosa dalla Carcasi, ci porta dinanzi a della letteratura autentica, vera, in grado di commuovere e e solleticare il cuore. "Io sono di legno". Due voci narranti. Giulia, delineata con grande cura e spessore introspettivo dall'autrice, una donna sessantenne che si trova costretta a rivolgersi al diario segreto della figlia, Mia, rubandone colori, sensazioni e sentimenti, pur di recuperare quei codici indispensabili per costruire un dialogo quanto più sincero e trasparente, con quella strana e singolare creatura a lei "incatenata" da un indissolubile legame di sangue. Per Mia sono necessarie solo poche pennellate ... in fondo è un angelo caduto su questa terra, costretta a immaginarsi e viversi solo tra macerie. La chiave di volta, anche se potrebbe sembrare banale, in tutto il plot, è una lettera che Giulia scrive a Mia, ripercorrendo tutte quelle fasi agrodolci della sua esistenza che l'hanno portata all'età adulta, e a tutte quelle scelte che ti portano ad un bivio. E la scelta quasi mai è semplice, tanto da doversi armare di coraggio e attraversare il bosco. Due libri che hanno poco a che fare con il mestiere della scrittura, che Giulia Carcasi pure conosce. Questo suo periodare sincopato, pausato in maniera calibrata, tutto rielaborativo di categorie quali la separazione, il non detto, non è catalogabile come puro autocompiacimento narcisistico ... è l'autentica lotta di un'utopista tout court (dato che oggi viviamo ANCORA tra detriti e polvere) come la nostra giovane autrice, che vuole rendere fenomenicamente la parola e il suo suono, puro palpito, lacrima che sgorga tenera per una piccola meraviglia, stupore. Due libri assolutamente poco pop, ma imperdibili, perchè non vi prendono in giro!

giovedì 15 marzo 2007

Quando il Diavolo veste Prada

Andy Sachs, ragazza tutta acqua e sapone, di quelle che ti lasciano sui vestiti l’odore di talco, nonchè originaria di una piccola cittadina di provincia, si è trasferita a New York dove ha trovato lavoro come assistente di Miranda Priestly, celebre direttrice della rivista di moda 'Runaway', il colosso editoriale che decide il come, il dove, il quando delle tendenze in fatto di sbrilluccichii e affini made in Sisley, Benetton, Gucci, Versace, Valentino, Chanel. Per intenderci. Una posizione invidiabile, di quelle che ammazzerebbero per ottenerlo, se non fosse che il suo nuovo capo è una donna dispotica che le rende la vita impossibile perseguitandola con telefonate anche nel cuore della notte. L'amabile Andy si ritrova improvvisamente catapultata in un universo a lei sconosciuto, fatto di abiti firmati, feste stracolme di vip e regali super-trendy e, come se non bastasse, incancrenito da Emily, la prima assistente di Miranda, che cerca in ogni modo di farla fuori rendendosi sempre più simile al loro capo. Grazie ai preziosi consigli di Nigel, l'editore della rivista, la vita di Andy sembra migliorare giorno dopo giorno ma i suoi vecchi amici e il suo fidanzato non sembrano della stessa opinione. Quando ho visto questo film ho pensato che potrebbe benissimo essere considerato un lavoro cinematografico tutt’altro che pop … un vero e proprio studio di sociologia aziendale, un corso di sopravvivenza per quanti lavorano nell’editoria, dalla media alla grande, alla s.p.a., dove c’è sempre qualcuno che ti rende la vita impossibile, che smorza le frasi a metà non finendo mai nessun discorso, che ti trasforma in un centometrista … va visto assolutamente … almeno come corso di sopravvivenza !

Cast davvero superbo: Anne Hathaway, Meryl Streep, Adrian Grenier, Simon Baker, Stanley Tucci, Tracie Thoms, Emily Blunt, Eric Seltzer, Rich Sommer, Stephanie Szostak

Gezim Hajdari: la poesia come forza e sublimazione


1.D. Gezim Hajdari, possiede una forza poetica che ha dell’incredibile, sia per ciò che concerne la costruzione del registro e del timbro nei suoi versi, sia per l’aspetto strettamente legato al messaggio poetico. Prendiamo ad esempio la raccolta Stigmate / Vragë, un luogo dove vengono individuate da Cristina Benussi nella prefazione a volume edito da Besa, delle categorie come l’Esilio, l’Addio, l’Identità persa proprie della sua poesia. A nostro avviso c’è molto ancora, e in più profondità, e specificamente un lavoro sull’elaborazione della separazione e del lutto. Sono questi i Suoi punti di riferimento nella scrittura poetica?
R. La mia scrittura poetica non è solo un lavoro sull’elaborazione della separazione e del lutto. Sarebbe molto limitato. Anche se lutto e separazione appartengono al sentimento dell’uomo e, come tali, sono cose profondamente umane. Del resto il lutto non è segno lugubre perché in ogni cosa che amiamo si preannuncia la perdita, lo svanire, la distruzione della stessa. Lutto e separazione sono segni d’amore e significano nostalgia nei confronti delle cose che non permangano, ma ci lasciano, che si separano dolorosamente da noi. Non si può accompagnare un caro defunto al cimitero del mio villaggio, senza che se ne enumerino prima le virtù nei compianti funebri. Forse è questo lo scopo della poesia stessa. La nostra separazione è trascendentale, è iniziata con Adamo ed Eva. Tutto questo rapporto: tra vita e transitorietà delle cose, amore e separazione, si trasforma in forza e sublimazione che solo una vera poesia può trasmettere. Separazione per un poeta migrante non vuol dire semplicemente: incurvarsi sotto la nostalgia per le radici, per i confini, per la lingua. Aiuta l’uomo a diventare più umano, si conosce meglio se stessi e ognuno riesce a comprendere meglio il mondo, stabilizzando un colloquio nuovo con l’Alto e con gli uomini, quindi la separazione - nello stesso tempo - diventa salvezza per il poeta e la sua arte.Separazione, lutto, nostalgia e dolore hanno alimentato la grande poesia di tutti i tempi, sia quella lirica che epica. D’altronde tutta la grande poesia del passato non è stata altro che “separazione” e “lutto”: da Omero a Virgilio, da Dante a Foscolo a Hikmet a Neruda, da Yosuf a Darwish… Un esempio straordinario sono i canti epici albanesi: Giorgio Elez Alìa (Gjergj Elez Alisa) oppure Costantino (Kostandini) e Doruntina (Doruntina). Tutte le grandi religioni sono formate sull’esperienza della separazione e del dolore.Quando torno in Albania sento la nostalgia non solo della mia Darsìa, ma anche quella dell’Italia, dell’Africa, dell’Asia, dell’Oriente, di tutti i luoghi e le persone che ho conosciuto per il mondo. La grande arte non è altro che cognizione della separazione. L’unico tassello che riempie le distanze della mia separazione dai luoghi diventa il mio corpo tremante appeso che suona. E’ proprio questo dolore che manca alla poesia e all’arte di oggi.La geografia dei miei temi poetici è più ampia, va oltre l’Esilio, l’Addio e l’Identità, Parte dai Balcani per attraversare l’Europa, l’America, l’Oriente e l’Asia., ma anche il Paradiso e l’Inferno, il passato e il futuro, se lo avremo.. Quindi abbraccia vari aspetti antropologici, letterari, sociali, politici ed etici, insomma, un percorso che tenta- con il passare del tempo - di diventare una enciclopedia umana.
2.D. Nel suo libro Spine nere / Gjëmba të zinj, elemento riscontrabile a tratti anche in Maldiluna / Dhimbjehene, sembra incentrare il canto del suo corpo poetico, in un dialogo fitto, intenso, portato avanti dal poeta con alcune entità che oserei definire fantasmatiche, provenienti da un passato che ha lasciato tuttora delle cicatrici profonde sulla Sua pelle. Interlocutori che sembrano non darLe tregua. La lotta con il Suo passato sussiste ancora?R. Non sussiste nessuna lotta in me con il passato. A volte sembra che tutto sia stato inutile, un inganno, un’illusione. L’unica cosa che resta della vita sono proprio i ricordi di un passato, di quel passato che non torna più. Ma quel passato abita in me, sono io stesso insieme alle mie cicatrici e alle mie stigmate che hanno segnato per sempre il mio presente, in cui si genera il mio verbo poetico. L’unico gesto possibile è quello di morire per vivere diversamente.
3.D. In Muzungu – Diario in nero, pare ci sia stata invece una vera e propria scelta radicale, attribuibile ad un desiderio di cronaca poetica dall’ “Inferno” del Continente Nero. Un narrare che diviene giornalismo, poesia di lotta civile. Esiste secondo Lei, a tutt’oggi, la necessità di una poesia, di una narrativa d’impegno civile? Potrebbe darci una definizione d’impegno civile nella poesia e in letteratura?
R. In Muzungu: Diario in nero (un libro reportage sull’Uganda) ho cercato di recuperare la tradizione orale del passato. Gli antichi – pur essendo analfabeti – raccontavano storie in una maniera straordinaria. In Occidente questa tradizione si è persa, non si racconta più. Oggi un’opera letteraria si costruisce dentro le stanze dell’industria culturale dagli impiegati. La prosa di oggi è saggistica, psicologia, editing, marketing, denaro.Per quanto riguarda l’impegno della poesia e della letteratura nelle vita quotidiana, è un tema che ha suscitato - e suscita tuttora - una grande discussione tra gli addetti ai lavori. Per me – questa questione - non è mai stata un problema. Sono i poeti e gli scrittori bestseller della grande industria culturale, i balbuzienti che cantano alle piccole fobie quotidiane a mettere in dubbio un tale ruolo fondamentale per la letteratura. Se facciamo riferimento alla storia, notiamo che tutti i capolavori della letteratura sono stati delle opere “impegnate”. Basti pensare all’ Iliade e all’Odissea di Omero, alla Divina commedia di Dante, a Guerra e pace di Tolstoj, all’Uomo che ride e ai Miserabili di Hugo, all’Aarcipelago gulag di Solzenicyn, ai drammi di Brecht, ai romanzi di Pasolini…. I più grandi poemi epici e romantici albanesi e quelli balcanici (nei secoli più spaventosi) sono riusciti a mantenere vivo il sentimento dell’identità nazionale, tramandando di generazione in generazione la lingua, la memoria e i valori orali dei loro popoli.La poesia e la narrativa del passato hanno salvato l’uomo dalle catene della schiavitù, guidandolo verso la libertà, perché hanno cantato ai grandi sentimenti umani, alle sconfitte, alle vittorie, ai dolori e alle speranze, alla bellezza dell’anima umana.Tutto è impegno, anche amare una donna è già un impegno morale e civile.Gandhi sconfisse gli inglesi con la non violenza, con la parola, quindi con la poesia. Abbiamo più che mai bisogno di una letteratura “impegnata”. Se in Occidente esiste un benessere sociale, nel resto del mondo più di un miliardo di persone muoiono per un bicchiere d’acqua oppure per un’aspirina. E’ in bilico il destino del pianeta terra. Ovunque, distruzione, guerre sporche, guerre dimenticate, fame, malattie, sfruttamento dell’uomo, inquinamento, sconvolgimenti genetici, la crisi del pensiero filosofico, scontri di civiltà (inventati in nome degli interessi geo-politici), fenomeni di razzismo e di antisemitismo, mutilazioni, corruzione, traffici loschi, gare di armamenti nucleari, armi di distruzione di massa… un nord sempre più ricco e un sud sempre più povero.Come può stare tranquillo, un poeta chiuso nel suo studio a cantare alle mosche sul vetro della finestra? Essere poeta oggi vuol dire cantare anche a tutto questo lutto e a questo dolore provocato dall’uomo stesso, in nome della brama di denaro e della “volontà di potenza”. Fare il poeta oggi non è un hobby, ma una missione. Vivere il “mestiere” della scrittura profondamente, come il missionario dedica la propria vita totalmente al suo credo e alla sua missione. Il mio impegno di poeta migrante ha mille significati: scrivere sia in albanese che in italiano per far avvicinare le sponde, le culture e i popoli della costa adriatica. Insisto, non attraverso l’integrazione, che è una parola pericolosa che devasta le differenze, distrugge le usanze, le lingue e impoverisce le culture e le società odierne, ma attraverso l’interazione, come scambio e arricchimento reciproco. Dobbiamo cominciare proprio dalle parole che sono fondamentali, perché attraverso la parola si materializza il pensiero e si nasconde il carattere di un popolo. E’ per questo che attraverso la mia opera letteraria insegno a tutti ad essere migranti e stranieri, l’arte del dialogo per una nuova convivenza planetaria, creando una nuova poesia che porta il segno e il timbro del tempo in cui viviamo e resistiamo ogni giorno per esistere.
4.D. Gezim Hajdari, sappiamo che Lei viene costantemente invitato non solo a livello nazionale, ma anche internazionale, a tenere conferenze, dibattiti su temi riguardanti la Sua poesia, ma anche sulla letteratura e poesia albanese. In che condizioni versa oggi, a parer Suo, lo stato di “salute” della Poesia Italiana?
R. Esiste un fenomeno strano quando si parla della poesia contemporanea italiana. Alcuni studiosi – e giustamente - si lamentano della grave crisi che sta attraversando la poesia oggi, ma quando loro stessi prendono la penna per scrivere, propongono come esempi da seguire per i lettori gli stessi poetucoli!Penso che il male abita all’interno delle case editrici, che se ne fregano della poesia. Non a caso redattori per la poesia, presso le grandi case editrici sono certi impiegati, che non hanno nulla a che fare con la poesia, in alcuni casi sono gli stessi che si occupano sia per la prosa che per la poesia. Ma c’è di peggio, nella maggior parte, quelli che giudicano i manoscritti poetici sono dei ragazzotti che si spacciano per poeti. Da qui nasce la penalizzazione, il ricatto, lo scambio di favori, la manipolazione dei premi letterari. Spesso i redattori-poeti, che lavorano presso i grandi editori, scambiano favori con i membri o i presidenti delle giurie in cambio di un premio letterario. E’ un cerchio vizioso e squallido. E’ per questo che non si legge più poesia oggi, è per questo che si allontanano gli appassionati dalla poesia, è per questo che i grandi editori spesso non pubblicano la vera poesia italiana che abita fuori dai salotti ufficiali, ma riempiono gli scaffali delle librerie con una poesia patologica, malata, depressa, sterile che non dice nulla, che è solo un gioco di parole assurde e fa venire il mal di testa.La mafia italiana non esiste solo nella finanza, nell’imprenditoria, nel calcio, nella politica, ma anche nella cultura italiana, anzi, direi che è la mafia più pericolosa e più dannosa. Essa distrugge giorno per giorno la poesia italiana e non solo. La cultura italiana si trova da tempo nelle mani della mafia. Spesso concorsi di vari tipi e premi letterari si trovano nelle mani di alcune signore o di signori che li gestiscono come se fossero proprietà privata. Con i soldi pubblici – stanziati per promuovere la letteratura - questi signori hanno fatto fortuna, acquistando case, appartamenti, investendo nelle banche, ricevendo in cambio gloria e fama, mandando avanti la mediocrità. Tutto questo con la benedizione del potere politico. Non c’è nulla da fare, chi osa denunciare per cambiare le cose, viene schiacciato, boicottato, condannato al silenzio. Sono gli stessi che fecero impazzire impietosamente Dino Campana.Ormai è cambiata anche la figura classica e tradizionale del poeta e dello scrittore. Oggi s’improvvisano poeti: gli avvocati, i giudici, i notai, i presidenti dei tribunali, i giornalisti della Rai, i comici, i giornalisti dei quotidiani, i segretari della presidenza dei comuni, i commercialisti, gli onorevoli, i senatori, per non parlare dei membri della Pd 2… Il terreno dove l’industria culturale stimola e pesca la letteratura di oggi si estende tra i mafiosi, i pentiti, gli indagati, i scomparsi, i latitanti, i malati depressi, i criminali, gli stressati, gli scomunicati, i drogati… Intanto i “letterati” giudici, psicologi, psichiatri, criminologi.… stanno facendo affari d’oro sulle disgrazie degli altri.
5.D. Progetti per il futuro?R. Tornare sulla mia collina, in Darsìa, nel mio paese natale per dedicarmi all’agricoltura. Ogni domenica, con il mio asinello, scendere al mercato della città di Lushnje per vendere i prodotti del mio terreno quali olive, fichi, melagrane, meloni, angurie, formaggio, come ai tempi della mia infanzia, quando facevo il pastore di capre. Mentre la sera colloquiare con i miei contadini all’aperto sulle faccende quotidiane del villaggio.
(da www.musicaos.it)

SCUOLA POPOLARE DI TEATRO A UDINE

DIRETTA DA ALESSANDRO BERTI E MICHELA LUCENTI
V EDIZIONE – UDINE
15 MARZO - 4 MAGGIO 2007
PROMOSSA DA CSS TEATRO STABILE DI INNOVAZIONE DEL FVG
IN COLLABORAZIONE CON DSM DIPARTIMENTO DI SALUTE MENTALE – UDINE E BALLETTO CIVILECON IL SOSTEGNO DEL COMUNE DI UDINE
A primavera 2007 riprendono - per la quinta edizione a Udine - le lezioni aperte della Scuola Popolare con i laboratori e gli incontri di teatro, poesia, canto e movimento diretti da Michela Lucenti e Alessandro Berti, e coordinati dal CSS Teatro stabile di innovazione del FVG, in collaborazione con il DSM di Udine e il Balletto Civile. Nel parco del DSM di Udine, a Sant’Osvaldo, si rinnoverà un’esperienza di formazione artistica libera, svincolata da logiche e metodi di scuola e accademia, aperta a tutte le generazioni, a frequenza libera e gratuita.
I PARTE: TEATRO DI POESIA TEATRO D'AZIONE laboratorio teatrale diretto da Alessandro Berti con la collaborazione di Alberto Bellandipoeti ospiti: Pierluigi Cappello e Fabio Pusterla OMBRE
Un poemetto inedito di PIERLUIGI CAPPELLO- Udine, via Pozzuolo 330 - Parco del DSM, padiglione 2115 -16 marzo ore 17.00 - 22.00
17 marzo ore 15.00 - 20.0018 marzo ore 15.00 - 18.00lezioni di laboratorio- Udine, via Pozzuolo 330 -
Parco del DSM, padiglione 2118 marzo ore 18.00 - 20.00l ezione finale aperta e incontro pubblico con Pierluigi Cappello FOLLA SOMMERSA Un viaggio nel mondo poetico di FABIO PUSTERLA- Udine, via Pozzuolo 330 – Parco del DSM, padiglione 2110 - 11 - 12 aprile ore 17.00 - 22.00
13 aprile ore 17.00 - 20.00lezioni di laboratorio- Udine, via Pozzuolo 330 - Parco del DSM, padiglione 2113 aprile ore 20.00 - 22.00
lezione finale aperta e incontro pubblico con Fabio Pusterlanessuna iscrizione _ ingresso libero
La Scuola Popolare prosegue per il quinto anno la sua ricerca sulla migliore poesia contemporanea italiana. Incontreremo due poeti e due lavori che, pur nelle loro diverse biografie, dialogano tra loro in profondità, persino in maniera sorprendente, in una fertile terra di confine che è insieme un luogo di memoria del meglio e un osservatorio prezioso sul presente.OMBRE Un poemetto inedito di PIERLUIGI CAPPELLO.
Coinvolgeremo ancora una volta, come ideale padrone di casa, Pierluigi Cappello, che donerà agli allievi della Scuola un nuovo, lungo poemetto inedito: Ombre. E' un testo importante, che segna una notevole apertura narrativa del suo lavoro, inaugurata dalle ultime poesie di Assetto di volo.Ancora una volta è il dialogo con la figura del padre, incarnazione delle proprie radici non solo di sangue ma anche culturali e collettive, a fare da sfondo a una composizione semplice e potente, in cui la memoria umana e la fedeltà alla propria storia resistono tenacemente all'assurdità anonima dell'oggi e una comunione profonda con la natura e i suoi ritmi, i più antichi orologi umani, rimangono l'eterna ancora di salvezza nel mare dello sradicamento. Le montagne di Carnia sono la culla dura, reale e mitica, di questa poesia continuamente transitante nel tempo e nello spazio, lirica e critica, una poesia, quella di Cappello, che si conferma come una delle espressioni più vitali e preziose della sensibilità artistica di questa terra e una voce forte della nuova poesia italiana.
FOLLA SOMMERSA Un viaggio nel mondo poetico di FABIO PUSTERLAE proprio dalla poesia italiana più importante e di maggior respiro europeo arriva il secondo poeta ospite della Scuola Popolare 2007: Fabio Pusterla.
I suoi libri, scritti nell'arco di vent'anni e tradotti in varie lingue, sono ambientati anch'essi in un paesaggio alpino (quello della sua Svizzera italiana), una terra inospitale dove la storia sembra soltanto transitare senza fermarsi, diretta altrove, lasciandosi dietro nient'altro che le scorie di ogni modernità. Una terra che ha una forza immane, primordiale, capace di scatenarsi all'improvviso su uomini, case e animali. E in questo scenario inquieto, la poesia di Pusterla è anche, spesso e con forza, esplicitamente politica, di testimonianza della stupidità e della violenza umane, la violenza storica delle guerre europee e quella virtuale delle battaglie viste in tv, ma anche quella prossima delle nostre piccole guerre: a scuola, al lavoro, dentro le case calde di un nord minacciosamente ottuso. Nell'ultimo lavoro, Folla Sommersa, si fanno più fitte le voci degli uomini, le testimonianze, i brandelli di discorsi spesso assurdi, sghembi, le parole di personaggi segnati dalla follia, solitaria, di coppia, e vegliati con pietà dalle schiere dei morti, quella “grande folla sommersa che ci guarda in silenzio e ci attende”II PARTE: RISVEGLI - IL CORAGGIO DI VEDERE QUELLO CHE SI È laboratorio di canto e movimento diretto da Michela Lucenti con gli attori danzatori del Balletto CivileUdine, via Pozzuolo 330 - Parco del DSM, padiglione 2128 aprile - 4 maggio ore 20.00 - 23.30 lezioni di laboratorionessuna iscrizione _ ingresso libero.
Il nostro corpo la nostra storia.Come una mappa, il nostro corpo contiene tutti i segni di quello che viviamo, tutte le gioie, le sofferenze, le frustrazioni. Se riusciamo ad essere lucidi e impariamo a non avere paura, lo possiamo conoscere e interpretare.Una comunità silenziosa di giovani e vecchi, attraverso un metodo di relazione e ascolto, vegliato con amore da attenti angeli custodi, si interroga ed espone il proprio corpo in un rito danzato consapevole e collettivo.Ripartiamo dall’elemento più semplice, la presenza.Il nostro corpo, libero da posture scorrette, riscopre la possibilità e la forza di esprimersi e di relazionarsi allo spazio e agli altri. La presenza consapevole del proprio corpo e della propria voce sono elementi fondamentali per lavorare in scena usando il linguaggio del teatro fisico totale. Il laboratorio si basa su alcuni concetti fondamentali a partire dalla relazione. Dopo un training fisico-vocale ci si concentra in un ascolto totale degli altri, lavorando su esercizi di relazione con gli altri corpi, cercando di entrare in rapporto senza necessariamente lavorare sul contatto. Si studieranno elementi molto semplici, il respiro, il gesto, per poi tentare l’azione attraverso la relazione danzata e l’emissione vocale. Corpo e voce, dunque, sempre assolutamente “presenti” alla ricerca di un possibile linguaggio, in un percorso dove diventa indispensabile passare attraverso uno sguardo nuovo e lucido, attraverso una generosità e un coraggio frontali. Il laboratorio è rivolto a chiunque sia interessato a questo tipo di ricerca, senza alcun obbligo di particolare preparazione fisica o vocale.

mercoledì 14 marzo 2007

Claudia Ruggeri: ancora una volta!

"Un sabato pomeriggio una ragazza solitaria, misteriosa, molto bella, si confessa nella chiesetta di San Lazzaro ad Alessano, piccolo centro agricolo in provincia di Lecce. Dopo essersi confessata fa la comunione. Si chiama Claudia, ha 29 anni, appare silenziosa, molto tranquilla e nulla lascia presagire quello che accadrà. È di Lecce, la sera torna a casa sua in città. Claudia trascorre la sera in casa, per leggere, forse scrivere, oppure solo pensare. All’una e trenta Claudia Ruggeri si lancia nel vuoto, si lancia dal balcone di casa sua." Era il 1996. Con queste parole Mario Desiati ricorda Claudia Ruggeri nel suo Note per una poetessa, apparso qualche tempo fa sul sito di letteratura e poesia www.poiein.it. Poiein non è l’unico sito che di recente si è occupato della poetessa salentina. Oltre a www.lecceweb.it, nel giugno 2004 il sito di letteratura e poesia www.musicaos.it curato tra gli altri dallo scrittore salentino Luciano Pagano, ri-propone, con una breve introduzione dello stesso Pagano, una sezione de "Il Matto", pubblicata nel 2000 dalla rivista underground leccese S/Pulp, con contributi di Rosanna Gesualdo (della quale ricordiamo l’inquietante ritratto con tecnica mista di acquerelli e grafite nella prima di copertina, quasi una foto scattata all’inferno) e Maurizio Nocera. Il testo era stato ricavato da un’audiocassetta (attualmente custodita con cura dallo scrittore Maurizio Nocera), dove Claudia recitava i suoi versi. La voce della giovane autrice sembrava provenire da chissà quali distanze, un canto distorto, quasi fosse il canto d’amore di una Furia. Potremmo parlare di modulazioni recitative improntate su categorie tonali-performative della separazione, del lutto, della distruzione. Sarebbe riduttivo. Andiamoci cauti. Ascoltarla, lo assicuriamo, ha richiesto nervi saldi. Ancor più di recente sul settimanale Diario tra il 30 e il 5 agosto 2004, lo scrittore e giornalista Pietro Berra, parla di "Poeti maledetti, a Lecce". Accanto a Salvatore Toma, Stefano Coppola, Antonio Verri, anche Claudia Ruggeri. Scrive Berra: "Fu a uno dei tanti incontri promossi da Antonio Verri che Claudia Ruggeri conobbe Franco Fortini. La ragazza, già distintasi in alcune letture pubbliche per la bellezza e per il modo con cui recitava i suoi versi, affidò al maestro un pugno di poesie trasbordanti di parole, un po’ barocche e un po’ decadenti. Ricevette in risposta una lettera in cui il critico-poeta le definiva collane e gioielli". Antonio Errico prende invece le distanze dallo stesso Fortini quando dice: "No. Non era sovraccarico di collane e anelli e gioielli, la letteratura, per Claudia Ruggeri. Mi pare, invece, che per lei fosse immagine sacra, icona, oggetto di una devozione. E poi a quell’età, che altro poteva essere. Claudia certamente conosceva il Malte di Rilke, ma i versi li scriveva senza aver dimenticato i ricordi, senza essere stata accanto agli agonizzanti, senza aver vegliato i morti in una stanza con la finestra aperta e i rumori intermittenti. Se avesse avuto il tempo per tutto questo, quella sua letteratura avrebbe generato una poesia. Se avesse avuto il tempo che non si è dato". (Antonio Errico, Tre esistenze, tre poesie, un solo racconto – Salvatore Toma, Antonio Verri, Claudia Ruggeri –, in Almanacco Salentino 2001, pag. 177, Edizioni Guitar, Lecce, 2001).
Un’ultima precisazione prima di andare oltre. Pietro Berra, nell’articolo citato, riporta un’espressione apparsa sull’editoriale di S/Pulp, circa il modo di recitare della Ruggeri: "da bambina in un bordello". Un’espressione che i redattori della rivista underground hanno mutuato da Isabella Santacroce, come la più efficace per descrivere certe sfumature vocali della poetessa salentina. Questi contributi e queste iniziative editoriali marcano a fuoco l’esigenza di approfondire il caso Ruggeri (perché di caso si tratta, finchè qualcuno non si accingerà a una sistemazione organica e critica della poetica dell’autrice), e aggiungono altro materiale, accanto a quanti precedentemente hanno parlato e scritto di lei: Walter Wergallo, Arrigo Colombo, Carlo Alberto Augieri, Michelangelo Zizzi, Donato Valli, Rossano Astremo, Luciano Pagano, Giuliana Coppola, Antonio Errico, Sergio Rotino, Franco Fortini, Mario Desiati. Nelle coordinate di lettura rese della parola e della musica della Ruggeri c’è una certa omogeneità, come pure il riferimento a modelli… Dante Alighieri, Gabriele D’Annunzio, Umberto Saba, Andrea Zanzotto, per arrivare al teatro di Carmelo Bene. E moltissimi altri nomi si potrebbero fare, in un unico flumen citazionistico… Jacopone da Todi, Guido Cavalcanti, eccetera. In realtà occorrerebbe partire da alcuni spunti di riflessione più utili, rispetto all’individuazione di "modelli", che hanno fatto il brutto e cattivo tempo nell’elaborazione di un discorso critico sulla Ruggeri. Se parliamo di "modelli", parliamo di una sclerotizzazione della "poesia" stessa, di una sua museificazione che esclude a priori possibilità di creazione ad altre latitudini. E comunque… Il linguaggio a partire dagli albori della letteratura ha riprodotto e riproduce se stesso. Non c’è bisogno di scomodare Wittgenstein e Chomsky. In un modo o nell’altro dal 1200 ad oggi, stili, modelli, poetiche, grammatiche si sono contaminate tra di loro, ibridandosi, fondendosi in un continuo autocominciamento. Non ci sono limiti del dicibile, tutto è stato già detto, scritto, e tutto ciò che di nuovo si presenterà tra le pagine di un libro sarà solo una questione di copyleft, e dell’abilità dell’autore nel riproporre dopo accurata metabolizazione, ciò che più lo ha nutrito come patrimonio genetico letterario personale. Provocazione o mero dogmatismo teorico? Che questo possa valere anche per Claudia Ruggeri? Poco importa ai fini di quest’intervento. Per parlare della Ruggeri, per de-condensare il sistema dei modelli che "in memoria le sono stati affibbiati", occorre pesare ogni parola, forse spingersi a una prima considerazione di base. Partiamo dall’assunto che se un autore cerca di sovrastare la "poesia", la "poesia" viene a essere compressa, stritolata. Se l’autore invece si colloca al di sotto di essa, allora i versi voleranno alti. Una vecchia, semplice lezione di un poeta comasco come Vito Trombetta. Claudia Ruggeri è stata vittima di uno strano processo centripeto-poetico, da leggere su due livelli. Il primo di carattere simbolico. La poetessa salentina sembra che abbia posseduto una capacità propria di rendere in negativo qualsiasi slancio interiore, di amplificare continuamente se stessa in un regressus ad infinitum, dalla luce alle tenebre più oscure, abissali. La seconda di carattere stilistico, legata in qualche modo alla prima. Dal primo spunto di riflessione possiamo già tracciare, certo in maniera ancora non organica, il perimetro intorno al quale la Ruggeri si è mossa. Per ciò che concerne una sezione del suo "Infermo minore", ovvero "Il matto", potrebbe essere interessante domandarsi se la Ruggeri si sia mai staccata, come "sentire", dalla lirica pre-dantesca d’alto stile e dai generi letterari provenzali. Alcuni suoi versi, sembrano infatti provenire da echi vicinissimi al genere letterario del plazer, di origine provenzale, dove il poeta canta il vivere isolato dal mondo, inseguendo sogni irrealizzabili. "Guido i vorrei che tu Lapo ed io…": a questo bisogna insomma aggiungere decisamente un segno negativo, dove la parola per la Ruggeri deve divenire strumento di distruzione per la distruzione, i sogni non sono messi in condizione di trovare basi su cui poggiare, e la realtà poetica non esce da una fantomatica visione alla Carroll, da un imbuto rovesciato senza centro né principio. Distruzione per la distruzione, che si ritrova nell’asfittica e incessante presenza di un discorso poetico pausativo. Forse, addirittura, la Ruggeri non si è nemmeno mossa dall’imponenza drammatica del teatro di un Euripide o di un Sofocle. Ecco alcuni esempi tratti da S/Pulp dell’ottobre 2000. Del buco in figura, da "Il matto I": Come se avesse un male/ a disperdersi/ a volte torna/ a tratti ridiscende a mostra/ dalla caverna risorge/ dal settentrione/ e scaccia per la capienza d’ogni nome/ che sempre più semplice/ si segna/ ai teatri/ che tace/ per rima/ certe parole." Oppure Morte in allegoria, da "Il matto II": Ormai la carta si fa tutta parlare/ ora che è senza meta/ e pare un caso la sacca/ così premuta/ e fra i colori così per forza desta/ bianca e bianca da respirare/ profondo/ in tanta fissazione di contorni/ Oh spensierato … […] amo la festa che porti lontano/ amo la tua continua consegna mondana/ amo l’eden perduto/ la tua destinazione umana/ amo le tue/ cadute/ benché siano finte/ passeggere." E ancora, Capovolto, da "Il matto": Questa che ora interroga t’arruescia l’inizio/ t’avviva a questo inverso cui un dio non corrispose/ Tu sei l’oggetto in ritardo/ l’infanzia persa/ su tutte le piste/ l’incrocio rinviato." Se proprio dovessimo fare riferimento a modelli, sarebbe insomma opportuno tracciare un’unica linea che va da Dante e da Cavalcanti a Carmelo Bene, scavalcando quindi Zanzotto, Saba e D’Annunzio.
Recitare i versi di Claudia Ruggeri, anche in una piazza deserta, grazie alla loro incredibile densità, determinerebbe la creazione spontanea di maestose scenografie immaginative, che lascerebbero spaesati gli ascoltatori più esigenti. Un piccolo aneddoto prima di concludere. Quando, nel febbraio 2001, si è organizzata presso il Fondo Verri di Lecce una serata in ricordo di Claudia Ruggeri, ci si impegnò a rintracciare e a invitare chiunque l’avesse direttamente o indirettamente conosciuta. Più di cento persone avevano assicurato la loro presenza; ma quella sera se ne contarono pochissime, le ricordo tutte: Antimo Margiotta, Mauro Marino, Maurizio Nocera, Piero Fumarola. A Lecce, dice qualcuno di loro, vivono persone che hanno avuto grosse responsabilità circa la morte della Ruggeri, ma che non l’ammetteranno mai. Per il momento ci possiamo solo augurare che, come per Salvatore Toma, ci sia una seconda Maria Corti per la nostra Claudia Ruggeri.

(da L'Ulisse n. 2 di LietoColle edizioni)

martedì 13 marzo 2007

ULTRACORPI/ANTICORPI

Quando impari a non fidarti di niente e di nessuno, nemmeno delle parole, quando scopri che sei sotto attacco psichico, allora devi cambiare tutto, perchè hai visto tutto, perchè sai tutto, perchè conosci cosa c'è dietro l'angolo, se il bianconiglio caccerà la sua cipolla dal taschino correndo come un forsennato (mentre sibila "SONO IN RITARDO, SONO IN STRA-RITARDO, SONO IN RITARDISSIMO" ), se tornerai a casa con una fastidiosa emicrania o troverai un pacco dono adagiato, tutto caramellato, sul tuo letto con sopra scritto AI PRIMI SINTOMI DI PARANOIA APRIRE CON CAUTELA. No! La scelta è trovare il software giusto, che non ti piaghi l'occhio, che si riprogrammi ogni qualvolta una storia, la tua storia, non va per il verso giusto... Lo sai a fil di soma è guerra: poi dilaga! Enzo Mansueto nel suo Ultracorpi (d'If edizioni) fa detonare il verso come un fungo atomico in un delirio metrico NO FUTURE!!! Non leggetelo se avete uno stomaco debole.

lunedì 12 marzo 2007

Ba ... ba ... baciami piccina ... sulla bo...bo... bocca piccolina

Non posso non fare i miei complimenti ad Andrea Leggeri che con il suo "Dammi un bacio da fumetto" uscito per i tipi di Coniglio editore nella collana thermopop, ha risvegliato il divoratore dormiente di fumetti che da tempo tenevo a bada sotto sedativo. Beh ... una cosa è certa! Questo era un libro che solo un appassionato di comics poteva realizzare. Niente noiosi, fumosi, pedanti mappature teoriche per un'antropologia del fumetto, fatta da parrucconi, o da tuttologi fannulloni!!! E così i baci ricevuti e dati da personaggi mitologici provenienti dai multiversi della Marvel, Dc, Bonelli, e quanto di meglio l'editoria del fumetto offre, prendono corpo in una pubblicazione non solo godibilissima per gli aficionados del genere, ma utile soprattutto per chi non ha ancora avuto modo di conoscere personaggi del calibro di Gwen Stacy nella spettacolare saga dello spara-ragnatele più famoso di tutti i tempi, L'Uomo Ragno creato nel 1962 da Stan Lee e Steve Ditko, oppure Jean Grey l'incandescente compagna (nome in codice Fenice) di Scott Summers, alias Ciclope, nella saga X-Men creata da Stan Lee e Jack Kirby nel 1963. E ci sarebbe ancora molto da dire su questo piccolo libretto, ma non lo farò . Di proposito. Dovete solo correre in libreria e acquistarlo.

Giornata Mondiale della Poesia 2007




Come ogni anno il 21 marzo in Italia e in tutti gli Stati membri dell’UNESCO viene celebrata la Giornata Mondiale della Poesia. Infatti, fin dal 1999, nell’intento di offrire uno stimolo alla promozione e divulgazione dell’espressione poetica, l’UNESCO ha dichiarato il primo giorno di primavera Giornata Mondiale della Poesia. Da allora la Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO si occupa di promuovere, coordinare, monitorare e pubblicizzare le manifestazioni in programma in tutta Italia in occasione di questa ricorrenza.
Sul sito della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO, www.unesco.it, si trova una sezione dedicata alla Giornata Mondiale della Poesia ricca di informazioni sul significato e sulle finalità proposte dall’UNESCO per questa celebrazione. Viene fornito inoltre l’elenco completo delle manifestazioni promosse dalla Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO nell’ambito della Giornata Mondiale della Poesia 2007.
Per l'occasione La Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO in collaborazione con la cooperativa Itaca e l’associazione culturale “G.B. Studio”presenta la kermesse poetica “Viaggio verso”, presso la Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica (ore 21.00).
La manifestazione che ha come filo conduttore, appunto, "Il viaggio" si propone come occasione per fare delle diversità ricchezza, in un’ottica di incontro e scambio di culture tra Occidente e Oriente. La serata, ad ingresso libero e gratuito, vuole evidenziare come i valori universali della poesia uniscano tutta l’umanità al di là di ogni contrapposizione.
La prima parte dell’evento celebra la poesia del nostro Paese con Canzoniere italiano - poesia in concerto. Viaggio nella poesia italiana, ideato ed interpretato da Cosimo Cinieri (regia condivisa con Irma Immacolata Palazzo e realizzato con Lietta Ciacciarelli), sulle note della Banda dell’Arma dei Carabinieri (direttore Ten. Col. Massimo Martinelli). I versi più famosi della nostra letteratura da Francesco D’Assisi a Pasolini, un viaggio che dura ormai da più di 15 anni, coinvolgendo specialmente i giovani. La scoperta di un modo “semplice e popolare” di proporre i versi che si frequentano e poi si dimenticano sui banchi di scuola.
La seconda parte della serata invece è dedicata alla celebrazione del poeta e voce del sufismo “Jalâl âlDîn Rûmî”. L’UNESCO ha infatti proclamato il 2007 anno mondiale del poeta persiano, in occasione dell'ottocentesimo anniversario della nascita. Una delle radici della versificazione e dell’epopea orientale che giunge così fino a noi, piena del suo messaggio di amore, armonia, tolleranza e pace. A tal fine il regista Gianluca Bottoni curerà uno spettacolo che fonderà parole e suoni, attraverso letture dei versi del poeta e musiche con strumenti originali persiani; la serata godrà anche dell’intervento del professor Gabriele Mandel Khan, curatore e traduttore dell’opera principale di Rumi, il Mathnawi, e del poeta migrante Gezim Hajdari.

Crocevia: per una geografia dell'esistenza

Il primo numero della rivista Crocevia (Besa editrice, Nardò) risale alla primavera estate del 2004 e affidato alla cura di Danilo Manera. Il nome di questa pubblicazione non deve però rimandare ad una generalistica concezione editoriale improntata ad una varietà miscellanea, ma ad un forte progetto di scrittura, tendente a valorizzare la scoperta e il confronto. Il sottotitolo poi “Scritture straniere, migranti e di viaggio” sottolinea tre movimenti fondamentali di ricerca: il primo verso le letterature straniere (oramai in piena glocalizzazione, sempre meno estranee ai nostri gusti e alle nostre coscienze) con uno sguardo volto alla più esaustiva scansione, in tale ambito, delle diverse latitudini scritturali; il secondo da intendersi come approccio antropologico verso la categoria del Viaggio, come ridefinizione del migrare come prerogativa della condizione umana; il terzo come pensiero che unisce due aspetti importanti come la fantasia e la geografia, come spazio vitale dell’uomo e per l’uomo. Diverse le sezioni che puntano ad una sintesi brillante dei tre momenti prima individuati: troviamo ad esempio la sezione Bussola, che lascia spazio a interventi monografici su quelle aree letterarie del mondo non solo più insolite, ma anche più promettenti; poi la sezione In transito, che offre uno spaccato degli scrittori che migrano verso altri paesi e altre lingue; e ancora la sezione Viaggi di Carta e Carte di Viaggio, che contiene resoconti di viaggi, percorsi, omaggi a luoghi e sogni. Solo per citare qualche esempio, rispetto all’intera ricchezza dei contenuti di questa pubblicazione. Il tutto naturalmente con il rigore e la documentazione di specialisti dei vari settori, ma anche con l’apporto prezioso di giovani scrittori, traduttori e commentatori, uniti da un inesauribile amore per tutte quelle dimensioni altre della letteratura, e da un desiderio di accompagnare il lettore per mano, attraverso un intenso viaggio dello spirito. Queste a grandi linee il progetto e il messaggio che la rivista Crocevia vuole portare avanti. Tra le sue pagine hanno trovato posto nomi come Rafael Sanchez Ferlosio, Juan Eduardo Zuniga, Marcio Veloz Maggiolo, Henry Lawson e Michael Reynolds. L’ultimo numero Crocevia 7/8 dal titolo “Narrativa portoghese contemporanea” ha visto la presenza di autori come José Saramago, Nuno Júdice, José Cardoso Pires Maria Velho Da Costa Antonio Lobo Antunes Jacinto Lucas Pires Luísa Costa Gomes Lídia Jorge Mário de Carvalho José Riço Direitinho Teolinda Gersão Urbano Tavares Rodrigues Maria Judite de Carvalho José Viale Moutinho Fernanda Botelho Manuel Jorge Marmelo Claudia Clemente A. Mega Ferreira José Gil Armando Da Silva Carvalho. Anche per questo ultima uscita "Crocevia" prosegue sul suo cammino tra i crocevia culturali del mondo, all'insegna di una fertile contaminazione, di una volontà d'apertura, scoperta e confronto. In questo numero la sezione monografica è dedicata alla letteratura portoghese. Il Portogallo è paese di molti navigatori, qualche santo famoso e, in ambito letterario, soprattutto di poeti e di romanzieri. Questa è almeno l'immagine più comune fra i lettori di Pessoa e Saramago. La presente antologia cerca di esplorare un ambito meno noto della letteratura portoghese: gli sviluppi e le tendenze recenti dello
scriver breve, anche brevissimo. I racconti qui presenti sono stati pubblicati in volumi negli ultimi quindici anni (1990-2005), ma non si tratta di una selezione generazionale. Vi compaiono autori trentenni e ottantenni, vivi o nel frattempo deceduti, uomini e donne, rappresentanti stili diversi e diverse visioni tanto del mondo in cui agiscono (o hanno agito) come del piccolo Paese da cui provengono. Quindici anni della vita di una nazione concentrati in quindici piccoli pezzi letteratura.


domenica 11 marzo 2007

Ri-proporre il pop non è reato!

Nino G. D’Attis , Montezuma Airbag your Pardon, Marsilio X, pp.160
(da www.musicaos.it)

Un libro davvero interessante e singolare quello di Nino G. D’Attis, classe 1966, salentino di nascita e romano d’adozione, in questa sua opera d’esordio per Marsilio X. Una storia che di certo nulla ha a che vedere con i precedenti retaggi della letteratura italiana come l’esperimento di Brolli nel ’96 per i tipi di Einaudi Stile Libero (Gioventù Cannibale), o con le più vicine dimensioni del narrare panico e schizofrenia da precariato come alcuni hanno avuto modo di leggere nelle opere di Mario Desiati, Marco Mancassola, Michela Murgia, Angelo Ferracuti e Andrea Bajani. E D’Attis non cede alle lusinghe di questa moda letteraria, e di moda si tratta che l’impegno per un narrare e poetare di lotta e resistenza civile è ben altra cosa, non vuole fare parte di questo movimento, e guai a chiamarlo così che a qualcuno gli girano le palle, dei lavoratori interinali o semplici disoccupati che guardano alla loro vita con un riso amaro, di quelli insomma che a furia di stringere la cinghia, si consumano e muoiono avendo vissuto una vita grama, fatta di qualche successo letterario (esistono gli scrittori precari?) perché il tempo di scrivere un romanzo si trova, spezzettata in week end scroccati a casa di amici, devastata da forti patologie digestive, a botta di pranzi last-minute (panino, snack, bottiglietta da mezzo litro d’acqua presa al distributore automatico). La storia narrata riguarda un uomo del sud trapiantato a Bologna, nel 1999, prima del nuovo millennio con D’Alema al Governo e la lira ancora in circolo, dichiaratamente fascista (semi-radical-chic, ndc), addetto alla sicurezza in un centro commerciale, alle prese quotidianamente con zingare e taccheggiatori. La sua esistenza, quella di un erotomane, sbruffone, manesco e chi più ne ha più ne metta, è scissa in due, tra il desiderio di una vita fatta da macchine di lusso, soubrettes alla GQ da scoparsi, e tanti soldi da spendere in locali, crociere e altri ninnoli da vorrei ma non posso, e l’altra faccia dell’esserci in questo mondo, dove trovano spazio incontri con mature ninfomani, mignotte e trans (come succede nelle migliori famiglie dove l’onesto padre di famiglia va a puttane e poi tra le sue quattro pareti domestiche cerca perbenisticamente di salvare le apparenze spruzzandosi un pò di deo Borotalco sulla sua anima pregna di un olezzo nauseabondo), amicizie esasperate ed esasperanti, ed un matrimonio alla deriva, con una donna sciatta, complice in toto di una cronaca di una morte coniugale annunciata, dove il dialogo si riduce a insulto e umiliazione, le pubbliche relazioni riconfermano clichè del buon vicinato, delle cene con amici a parlare del valore nutrizionale delle pappette per bambini, dell’ultimo modello di passeggino, e di interminabili conversazioni telefoniche con mammina, dove scatta la fatidica frase ma non era così all’inizio .... Poi il colpo di scena, il fantasma di una donna proveniente dalle brume oscure del passato, determinata a tormentarlo, soffocarlo nei sensi di colpa, fino a farlo sbiellare. Un libro che si lascia leggere con particolare facilità, anche perché Nino D’Attis ama costruire questo romanzo giocando le sue carte migliori: la prima risulta essere una spiccata forza nello slancio poetico, di un tipo acido, metallico quasi da scrittura automatica che torreggia imponente, de-strutturato dal contesto formale dell’intreccio (…andare a fondo sempre più a fondo di quello che avresti voluto essere è stato come scivolare sotto uno spesso strato di ghiaccio neo con la mia carne piagata quando il sangue ha smesso di pompare … pag. 42) ; la seconda una capacità impressionante di mantenere il ritmo della narrazione, in maniera incalzante, con frequenti fratture periodali che tengono desta l’attenzione del lettore. Ci fa piacere poi notare, un’ulteriore abilità scritturale di D’Attis, oltre all’aver citato posti della sua madre patria come Lecce, Santa Cesarea Terme, San Cataldo… a differenza di Livio Romano in Mistandivò, che tenta di sublimare maldestramente il dialetto salentino con la speranza di rendere le sue peculiarità sintagmatiche icone pop degli standard linguistici del nostro Bel Paese, ipodermaticamente inserisce nel tessuto connettivo del raccontare le vicende, parole e slang del Salento, che non infastidiscono, anzi, apprezzabili perché prive di quel sapore di plastica delle operazioni commerciali, preparate a tavolino. Ora Montezuma Air Bag Your Pardon (un titolo che non se ve lo segnate su carta correte il rischio di fare una brutta figura andandolo ad acquistare in libreria) ha degli effetti collaterali, devastanti, ma che comunque non vi impediranno di amarlo, nonostante questo nostro breve prospetto critico metta in chiaro come stanno le cose. Innanzitutto verrete respinti da tutto ciò che il protagonista del libro verrà a toccare nella sua dimensione pagina dopo pagina, da quello che dirà, da come agirà, perché sentirete che non si può condividere quell’orizzonte sub-umano che D’Attis propone in maniera nuda e cruda. Perché forse avete la coscienza sporca? No…non è questo, a farvi venire tanto ribrezzo, quanto il fatto che anche voi siete a rischio, anche voi non avete fatto i conti con la vostra metà oscura. Nino D’Attis ci fa capire che continuando a tenere Hyde in catene e sotto sedativi, non potremmo mai essere liberi dal controllare la nostra vita, in fondo dimostrazione rigorosa di come Dio giochi a dadi con l’universo. Finite queste 166 pagine sarete in preda ad una rabbia cieca, verso tutto e verso tutti, odierete i vostri giorni, i vostri cari, parenti ed amici, un odio smisurato come il vostro ego, gonfiato da attese disilluse, di rospi duri da ingoiare, di fantasmi ciechi e idioti tanto provenienti dal passato quanto ricercati nel futuro.

Macro pop 2