Stefano Donno on twitter

domenica 29 aprile 2007

Paola Scialpi e l'universo donna

D

Di Paola Scialpi


Percorsi pittorici sull’universo Donna

Le segrete di Bocca

Spazio Espositivo

Via Molino Delle Armi, n. 5 - Milano

Dal 26 aprile al 13 maggio 2007

Catalogo disponibile

La mostra dal titolo D di Paola Scialpi, rappresenta un guardare,attraverso la scelta di un cappello o di un copricapo, di un abito, di un solo sguardo, di un bacio, di un incontro sospeso tra le resa e l’attesa, la profondità e l’intimità dell’animo femminile, della donna, essere che a volte sembra apparentemente frivolo, ma che si rivela creatura capace di forti sentimenti e grandi qualità deduttive nella sfera “predatoria”. Paola Scialpi nella sua pittura introduce, oltre il bianco, rosso e nero, per il suo ritorno al figurativo, ulteriori elementi cromatici. Questa mostra è una vera e propria narrazione iconografica, racconta la donna come segreto d’un segreto. Un simbolo che sfugge nei suoi contorni, e sembra contenere a stento chissà quale messaggio. La donna incarna nelle opere dell’artista salentina un mistero che vuole essere indagato, e che forse si scioglie all’improvviso cambiando il punto di vista sulla vita, la realtà di un mondo non solo “tutto rosa e fiori”, dove non basta semplicemente cambiarsi d’abito o rompere un’abitudine per creare diverse prospettive. D è una mostra singolare, che è in grado di far riflettere anche sull’uomo, sul maschio, per l’occasione oggetto cannibalizzato da labbra carnose e golose, calze a rete, piccolo portafortuna da tenere sempre con sé, anche come puro e semplice trofeo.

giovedì 26 aprile 2007

Misterioso Concerto


5 maggio 2007, ore 21
Udine, Teatro S. Giorgio

MISTERIOSO CONCERTO
direzione Cesare Ronconi
versi Mariangela Gualtieri
con Mariangela Gualtieri e Dario Giovannini
scena e luci Cesare Ronconi / fonica Luca Fusconi
ricerca del suono Luca Fusconi, Dario Giovannini, Cesare Ronconi
una co-produzione Teatro Valdoca / Assalti al Cuore Festival di Musica e Letteratura / l’arboreto mondaino / Teatro A. Bonci di Cesena

MISTERIOSO CONCERTO entra negli abissi di una voce, di una presenza, di un’intesa: quella fra la poetessa Mariangela Gualtieri e un musicista al pianoforte che svela le singolarità di una voce, ne sostiene il respiro, ne alleggerisce gli ingombri di senso. Mariangela Gualtieri è per eccellenza “la poetessa del teatro”: da vent’anni Mariangela forgia parole ritmiche, volatili o consistenti, scritte per uscire dal corpo dei suoi attori, gli attori della compagnia Valdoca, da lei fondata assieme al regista Cesare Ronconi. Per una volta, però, la poetessa entra da sola nella musica dei suoi versi, per “tenere le parole nel loro stato di nascita”.

IL REGISTA _ Qui Cesare Ronconi, spiega Mariangela Gualtieri “è molto più un maestro e un direttore d’orchestra che un regista: col suo orecchio sismografico mi guida nei segreti del suono, ci richiama spessissimo all’attenzione piena, alla dedizione, alla libertà, lega ogni elemento visibile e invisibile, udibile e inaudibile. Tutto per ‘fare cuore’ con chi ascolta, farsi suo talismano”.

MARIANGELA GUALTIERI è nata a Cesena nel 1951. Nel 1983 ha fondato, insieme a Cesare Ronconi, il Teatro Valdoca. Ha pubblicato, fra gli altri, i testi poetico-teatrali Antenata (Crocetti, Milano 1992), Fuoco centrale (I Quaderni del Battello Ebbro, Bologna 1995), Nei leoni e nei lupi (I Quaderni del Battello Ebbro, Bologna 1996), Parsifal (Teatro Valdoca, Cesena 2000) e Chioma (Teatro Valdoca, Cesena 2000), Fuoco e centrale e altre poesie per il teatro (Einaudi, 2003), Senza polvere senza peso (Einaudi, 2006).

lunedì 23 aprile 2007

Gabriele Dadati : quando la letteratura fa le ... ore piccole!

Nel tuo Sorvegliato dai fantasmi per peQuod racconti ombre e contraddizioni di una contemporaneità sempre più annichilente e oppressiva nel suo fagocitare la quotidianità. Oggi si parla molto di precariato e letteratura, letteratura e precariato (penso a Vita precaria e amore eterno di Mario Desiati) quasi come se fossero non dicotomie ma un unico corpo testuale e mitopoietico. Che strada ha deciso di prendere oggi, secondo te, la letteratura italiana?

Ci sono un mucchio di faccende che oggi premono l’essere umano occidentale (poi nel nostro caso italiano, che è quello che siamo tu e io): l’utilizzazione delle scoperte scientifiche che esige un surplus di etica (e come deve essere fatta questa etica? come facciamo a farla crescere? da dove deve venire?), l’integrazione o il contrasto con le popolazioni di religione diversa, via via fino ad arrivare al precariato. Ora: siccome uno scrittore è prima di tutto un “essere umano di sangue caldo e nervi”, può anche darsi che quando scrive si occupi di alcune di queste faccende perché lo toccano, lo interessano, lo investono nella sua quotidianità.

A questo punto possono succedere due cose: o si ratifica la realtà, cioè ci si fa prendere dall’esistente descrivendolo, raccontandolo, testimoniandolo ecc., oppure si cerca di trascenderla la realtà, e mentre si descrive, racconta, testimonia ecc. si va oltre, si cercano soluzioni, si cerca di vedere i fantasmi che si agitando nel domani o addirittura già nell’oggi. La letteratura dei nostri anni, come la letteratura di sempre, tiene vive queste due strade. È mainstream quella della ratificazione della realtà (quanti libri sul precariato hai visto negli ultimi anni?) e sottotraccia l’altra, ma ci sono entrambe e sono importanti entrambe dandosi nutrimento l’un l’altra.

“Ore piccole” è il tuo blog, ma anche una rivista. Puoi provare a ricucire le trame di questa tua doppia esperienza redazionale? La Rete esprime una dimensione di democrazia culturale o è solo un’utopia da sociologi dei mezzi di comunicazione di massa?

“Ore piccole” è il trimestrale di letteratura e arte fondato e diretto da un anno e rotti a questa parte da Stefano Fugazza e da me. Il blog, che sta al centro del sito della rivista, serve a creare un dialogo tutt’intorno alla pubblicazione cartacea, a incontrarsi, a scambiarsi idee e proposte. Insomma c’è una gerarchia: quello su cui puntiamo come “prodotto finito” è la rivista mentre quello su cui puntiamo come “humus” è il web, che con un po’ di distinguo e navigazione fa incontrare esperienze di qualche interesse, anche se in piccola percentuale.

Quello che mi rende perplesso è il web che si autoalimenta e poi salta fuori. Ti spiego partendo dalla televisione: prima viene il teatro, il circo ecc. e quando la televisione nasce li trasmette e allo stesso tempo chiama gli attori, i cantanti, le ballerine ecc. a fare programmi direttamente negli studi televisivi. Insomma: la televisione nasce nutrendosi d’altro e va avanti così per un po’ finché inizia a farsi forte di professionisti che nascono e si preparano proprio per fare televisione. Questo fino a pochi anni fa, quando arriva “l’era degli incapaci”, ovvero del Grande Fratello. Persone che non vengono né dallo spettacolo (come nella prima fase) né da una preparazione specifica si trovano a farsi deridere con l’esibizione di ignoranza, animalità ecc. finché riescono a passare da persone a personaggi. Tali personaggi li crea la televisione stessa, poi li sposta in altri programmi (i salotti della domenica pomeriggio, ad esempio, o i talk-show) e fa finta che siano capaci di fare qualcosa. Alla fine viene il momento in cui questi personaggi escono fuori: vanno in discoteca, fanno i padrini alle manifestazioni, fanno il cinema ecc.

Ecco: secondo me col web sta succedendo così. All’inizio era il mezzo di comunicazione e scambio di realtà diverse ben solide nel mondo (non so: ditte, quotidiani, produttori, società ecc.), poi poco a poco è diventato un posto in cui provare a diventare personaggi laddove non si riesce a esserlo nella vita reale. Esistono così blogger di successo, webmaster di successo, giornalisti on-line ecc. che la rete conosce bene, impazzano, girano tra i siti, vengono intervistati. Poi, come succede ai personaggi creati dal Grande Fratello, anche quelli creatisti nella Rete a volte saltano fuori e pubblicano libri, vanno in radio, pubblicano articoli ecc. A volte ci sono persone molto in gamba, più spesso sono fenomeni del momento. C’è democrazia culturale? Mah, la Rete esiste, e questo è un fatto. Ma quanto a democrazia e cultura, io andrei coi piedi di piombo: succede che per anni si possa leggere Roberto Saviano solo in Rete, e questo è bello perché altrimenti i suoi pezzi non sarebbero arrivati in giro per l’Italia, ma anche capita di leggere tante cose che non hanno davvero nerbo, struttura, idea.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Tanti: dare continuità a “Ore piccole”, pubblicare due libri di studi a cui sto lavorando, pubblicare il romanzo che ho finito di scrivere, cominciarne uno nuovo ecc. Insomma, un po’ di cose.

venerdì 20 aprile 2007

Da una Poesia del Dissenso ad una Poesia dell'Impegno

Nel febbraio 2004 il Corriere della Sera, lanciava la sua battaglia culturale per la promozione della poesia tra il grande pubblico. Poesia fatta da quei personaggi che con i loro versi hanno segnato un profondo solco nella storia della Poesia mondiale. Nell'estate 2004 in occasione di un reading a Otranto alla Libreria di Piazza del Popolo, con alcuni poeti come Ivano Malcotti, Vito Trombetta, Pietro Berra, si rifletteva, parlando del più e del meno prima dell'azione performativa, come da un punto di vista editoriale ci si trovasse forse in un momento particolarmente favorevole di attenzione nei confronti della poesia. Un discorso che volutamente si è mantenuto solo sulla progettualità editoriale, guardandosi bene dal dire che la poesia stesse attraversando quella fase di riscoperta tale che ha visto incrementare esponenzialmente il pubblico di lettori. Nonostante l'incredibile impegno di importanti riviste come POESIA della Crocetti editore, nel diffondere il messaggio poetico attraverso segnalazioni e recensioni, qualcosa sembra ancora non carburare bene! Tra il giugno 2004 e il gennaio 2005 hanno fatto la comparsa sulla scena editoriale italiana quattro antologie poetiche, degne di interessanti considerazioni. La prima, giugno 2004, dal titolo Poesia del Dissenso con un' eccellente nota introduttiva di Florian Mussgnug, per la casa editrice oxfordiana Transference, ha visto la partecipazione di poeti come Rossano Astremo, Fabio Ciofi, Gianmario Lucini, Erminia Passannanti, e gli interventi critici post-fattivi ad ogni singolo intervento di Luciano Pagano, Gianmario Lucini, Luigi Nacci e Laura McLoughlin. In questa antologia <<>> La lotta per versi intrapresa da Astremo, Ciofi, Lucini e Passannanti dimostra un'apertura concreta verso un impegno che deve manifestarsi necessariamente senza se e senza ma! Recupero della propria soggettività e integrità intellettuale nei versi di Rossano Astremo, come risposta prometeica ad un sistema che disintegra sbriciolando l'esistenza : <<>>. Un'intransigenza verso se stessi, quasi dommatica nei versi di Fabio Ciofi, dove la percezione dei mezzi a disposizione del potere trasformano la struttura poetica dell'autore in una macchina da guerra che distrugge come un pulviscolo nel MECCANISMO, gli ingranaggi del sistema: dal raccontare la Storia, alla pervasività onnicomprensiva e lobotomizzante dei mezzi di comunicazione di massa. <<>>. Poesia quella di Gianmario Lucini, di recupero della parola come forza propulsiva non solo di propaganda politica ma pedagogica nel senso più alto del termine. Non è sufficiente scrivere versi, fare libri che urlino il degrado a cui ci hanno costretto a vivere, leggere molti libri, discuterne ... siamo tutti in grado di farlo. Lucini ha un modo di far versi che riesce ad afferrare Dio per la caviglie, e sbattergli sul muso la verità, tutta la verità, nient'altro che la verità! <<>> Chiude l'antologia Erminia Passananti, i cui versi sbocciano come petali di ginestre sul fianco di un vulcano che sta per esplodere. Moduli di strutturazione poetica ricercati e costruiti su di una metrica vicina alla dodecafonia di Schonberg, alla trasparenza di un Amelia Rosselli. Canto controcorrente, sacca di resistenza poetica alle forze conservatrici che ostacolano il progresso, a qualsiasi latitudine lo si voglia intendere : <<>>. Il volume può essere ordinato on-line su Amazon.Nel novembre 2004 per i tipi della Luca Pensa editore di Cavallino, Lecce, esce l'antologia a cura di Ivano Malcotti e Giovanni Bandi dal titolo 70 Poesie per Don Mazzi, un'iniziativa concreta di sostegno alla Fondazione Exodus fondata nel 1984 da Don Antonio Mazzi ( presente con una nota all'interno del volume) per dare speranza a coloro i quali la vita ha regalato un posto ai margini. Il ricavato del volume, 6 euro il prezzo di copertina (ordinabile all'indirizzo e-mail penspol@libero.it), verrà devoluto interamente alla Fondazione Exodus. E si tratta - come scrive nell'introduzione Liliana Porro Andriuoli - di un'antologia a tema libero, e al di fuori di schemi precostituiti, offrendo la possibilità ai poeti che vi sono inclusi di dare il meglio di sè, assecondando agevolmente la propria ispirazione. Una diversa tendenza poetica, dove tutti i contributi sono accomunati da una notevole incisività formale e da un'autentica necessità del dire. Un aspetto rilevante di questa pubblicazione, riguarda la presenza di alcuni dei più rappresentativi esponenti della cosiddetta Neo-Avanguardia, che diedero luogo al Gruppo '63: Balestrini, Giuliani, Pagliarani, Sanguineti. "In questa vita, freneticamente presa da ritmi sempre più incalzanti di una città, Milano ad esempio, una poesia - scrive Don Antonio Mazzi - sembra quasi avere il potere di rallentare il tempo della laboriosità umana, poichè per leggere e sentire, ci vuole tempo, tempo del quale si necessita per una riflessione, ed è proprio in questo momento, così raccolto che noi possiamo anche indirizzare la nostra attenzione verso coloro che più hanno bisogno di aiuto, forte, deciso, poichè poco oppositori di quella nostalgia chiamata 'stupefacente'. Una poesia può cambiarele cose? Mi auguro di sì! Nel dicembre 2004 per i tipi di Mondadori esce l'antologia Nuovissima Poesia italiana, a cura di Maurizio Cucchi e Antonio Ricciardi a cui hanno aderito Fabrizio Bernini, Elisa Biagini, Silvia Caratti, Gabriel Del Sarto, Mario Desiati, Mario Fresa, Anila Hanxhari, Lucrezia Lerro, Amos Mattio, Francesca Moccia, Francesco Osti, Alberto Pellegatta, Barbara Pietroni, Andrea Ponso, Jacopo Ricciardi, Flavio Santi, Francesca Serragnoli, Matteo Zattoni. Un'antologia che pone l'attenzione su parte della produzione poetica realizzata dai nati nel 1970. La maggior parte di essi escono fuori da situazioni editoriali che ruotano attorno allo Specchio, Nuovi Argomenti, LietoColle Libri, peQuod solo per nominarne alcune. Un'antologia che non pretende di fornire un quadro esaustivo di quello che si agita tra le maglie della nuovissima poesia italiana, ma di essere, lo speriamo, un punto di partenza per uno scannering continuo e costante sulla giovane poesia italiana anche per gli anni a venire. Altrimenti operazioni editoriali di questo tipo potrebbero trovare il tempo che trovano. Filo conduttore nei versi di questi poeti è un lavoro di riflessione, nè sulla metrica, nè tanto meno su categorie proprie di una ricerca sullo sperimentalismo o linguaggi altri, quanto su una dimensione del non esserci, del non percepirsi nella tradizionale fenomenologia interattiva della quotidianità. Rimanendo nelle valutazioni di pura vicinanza del sentire, e quindi rientriamo nei giudizi di valore soggettivi, ci sembrano degni di considerazione i componimenti di Silvia Caratti, Anila Hanxhari, Alberto Pellegatta, del quale vogliamo riportarne qualche verso : <<>>.Ultima pubblicazione che prendiamo in considerazione, è l'antologia uscita nel gennaio 2005 per i tipi de La Comune , di Roma, dal titolo Pace e Libertà, la battaglia delle idee, a cura di Michele Capuano, Ivano Malcotti, Ines Venturi e una nota di Alberto Granado, l'ormai celeberrimo compagno di viaggio su due ruote del Che. Una Sala Convegni nascerà all'interno dell'Associazione Casa Africa diretta dallo stesso Granado e prenderà il nome di Fabio Di Celmo, trentaduenne imprenditore genovese ucciso da una bomba nel 1997 all'Hotel Copacabana dell'Avana durante un attentato terroristico. La "stanza della cultura" sarà finanziata dalla vendita della suddetta antologia poetica, che raccoglie i versi donati da alcuni tra i maggiori poeti italiani. Edoardo Sanguineti è presente con la sua monolitica Ballata della guerra, Alvaro Mutis scrive di infatuati della politica/ avidi di un potere fatto/ di ombra e di sventura, Mario Luzi ha donato un inedito, Franco Loi ritrae con le parole ragazzi accoppati, le donne disperse dal vento, i vecchi come bestie che pregano di mangiare
Hanno aderito : Elio Andriuoli - Antonella Anedda - Amedeo Anelli - Giovanni Bandi - Antonella Barina - Emmanuel Berland - Mario Benedetti - Manila Benedetto - Pietro Berra - Mariella Bettarini - Lucia Bigarello - Tomaso Binga - Donatella Bisutti - Sandro Boccardi - Elena Bono - Alessio Brandolini - Piera Bruno - Martha Canfield - Maddalena Capalbi - Cesare Capuano - Michele Capuano - Silvia Caratti - Roberto Carifi - Alberto Casiraghy - Cristina Castello - Nadia Cavalera - Hector Celano - Fatema Chahid - Nero Chinaz - Viviane Ciampi - Florio Cocchi - Giancarlo Consonni - Vito Antonio Conte - Franco Costanzi - Michel X Coté - Carlos Alvarez Cruz - Valerio Cuccaroni - Camillo Cuneo - Liliana Martino Cusin - Michela Dazzi - Andrea De Alberti - Miguel Angel De Boer - Gianni D'Elia - Silvano De Marchi - Giustino Di Celmo - Donato Di Poce - Stefania Dolcemascolo - Stefano Donno - Roberto Dossi - Ermanno Eandi - Bertha Elvira Viqueira Martinez - Josefina Ezpeleta - Vico Faggi - Gabriela Fantato - Lìber Falco - Agneta Falk - Anna Maria Farabbi - Margherita Faustini - Renzo Favaron - Gio Ferri - Umberto Fiori - Mirella Floris - Aldo Forbice - Giovanna Frene - Lucia Gazzino - Massimo Gezzi - Anna Maria Giancarli - Rosa Elisa Giangoia - Antonio Guerrero - Marilia Guimaraes - Jack Hirschman - Vincenzo Incenzo - Gilberto Isella - Federico Italiano - Antonino Iuorio - Tomaso Kemeny - Vivian Lamarque - Anna Lauria - Elias Letelier - Oronzo Liuzzi - Franco Loi - Rosaria Lo Russo - Claudio Lolli - Anna Lombardo - Mario Lunetta - Mario Luzi - Monica Maggi - Valerio Magrelli - Ivano Malcotti - Claudio Mancini - Theophilo Marcia - Daniela Marcheschi - Mano Melo - Menene - Alda Merini - Luciano Morandini - Lorenzo Morandotti - Alvaro Mutis - Francesco Muzzioli - Guido Oldani - Jesus Orta Ruiz - Serenella Ottaviano - Luciano Pagano - Gaetano G. Perlongo - Luisa Pianzola - Marina Pizzi - Fabio Pusterla - Stefano Raimondi - Franco Romanò - Luca Rosi - Edoardo Sanguineti - Stefano Salmi - Flavio Santi - Davide Sapienza - Katia Sassoni - Tiziano Serra - Nadia Simonetta - Oscar Sosa Rios - Sandro Sproccati - Giulio Stocchi -Andrea Temporelli - Graziella Tonon - Mary Barbara Tolusso - Anna Toscano - Gianni Toti - Vito Trombetta - Frank Venaille - Nichi Vendola - Fabbrizio Viglino - Tino Villanueva - Mauro Zanchi - Guido Zavanone - Maria Zimotti - Graciela Zolezzi - Andrea Zuccolo.
L'antologia è inoltre corredata da un interessante apparato artistico-iconografico a cura di Aube Butte, Marco Capuano, Stefano Guidoni, Andrea Sostero, Antonino Iuorio, Laura Nazzaro, Alessandro Ambrosin.Un'operazione editoriale che rivela l'impegno di militanti operatori culturali che credono nella forza della poesia che combatte verso dopo verso per La Pace e La Libertà. (da www.musicaos.it)

martedì 17 aprile 2007

Marthia Carrozzo. Utero di Luna

Fondo Verri a.c.

Presidio del Libro di Lecce

(stagione culturale primavera 2007)

in collaborazione con la Libreria Icaro

L’Aprile

rassegna di libri e di autori a cura di Mauro Marino

mercoledì 18 aprile 2007, ore 21.00

presentazione di Utero di Luna (poet/bar –Besa)

di Marthia Carrozzo

L’esordio di una giovane poetessa, il cui verso si spinge a connotare ogni gesto e movimento del corpo e dell’anima. Alda Merini scrive che Marthia Carrozzo, scrive bene, ma che soprattutto sa piangere che è cosa che la grande poetessa cerca nei nuovi poeti, nel loro stare nella difficoltà del Tempo. Utero di Luna è titolo misterico, che mischia all’ancestralità del sentire naturale, matrice delle forme universe, alla condizione d’un femminile che cerca e chiede ascolto, attraversato dalla luce, dal kaos e capace di ri-fare versi, nuove forme.

Questa poesia è scritta per essere recitata, è una drammaturgia che trova nell’autrice la voce ed è il teatro la sponda ispirativa, lo stare in scena che scalda e motiva il venire delle parole.

Utero di Luna è un canto sottile, ammaliante, dove il vissuto si sublima in un’estasi per versi e la Poesia trova la sua dimora più consona, ideale per far fiorire anche una prosa poetica delicatissima, dove oggetti, eventi, il narrare stesso non sono solo narcisismo della parola, ma ricerca di verità, continui resoconti del proprio vissuto, per poi gettarsi nel mondo, viverlo, gustarlo. Scrive Vanni Schiavoni nella post-fazione: “ C’è un gusto dell’assonanza, all’interno dei versi come all’interno dell’intero testo. Aiuta il continuo ritornare delle cose: i lati del corpo, la bocca, il sapore caramellato, quello inebriante e poi stucchevole (che è poi quello di ogni paradiso) ne viene quasi un mantra, una litania pagana, un verso ancestrale, un suono primigenio”.

domenica 15 aprile 2007

Dnevnoj dozor. Seryoga Absolute Power of mind

Un giorno all’improvviso

una sola parola che scava la pelle

sui visi di migliaia di persone

come ombre sonore

in Ucraina o in Crimea

sui visi di migliaia di persone

come spettri tra macerie

dall’Azerbaigian al Kazakistan

dall’Ucraina alla Bielorussia

sui visi di migliaia di persone

come breve incanto …

DICHIARAZIONE DI PARTITO

“Rispetto Putin, Zhirinovskjy e i russi ricchi, tutta gente che ha raggiunto tutto quello che voleva. Forse però ci voleva un Fidel”.

(Seryoga, da D,la Repubblica delle donne del 14/04/07)

sabato 14 aprile 2007

Giuse Alemmano e la sua Terra Nera, romanzo perfido e paradossale di cafoni e d'anarchia

Giuse Alemanno oltre ad aver pubblicato un suo racconto sul Corriere della Sera (Premio Nuovi Talenti 1998 con presidente di giuria Dacia Maraini), ha collaborato con alcune testate di caratura nazionale come Liberamente o Viaggia l’Italia della Amighetti editore di Parma, aderendo attivamente a numerose antologie con diversi suoi contributi in prosa. Dopo il successo della raccolta Racconti Lupi (1998) per i tipi di Filo editore di Manduria ( che tra l’altro ha avuto la curiosa sorte di essere recensito televisivamente da un’emittente lombarda (TeleBoario), nel 2001 si propone sempre per la stessa casa editrice con una seconda raccolta di racconti brevi dal titolo Solitari, un percorso che scandaglia l’abisso di una umanità brutalmente grottesca, sconfitta, mutilata da qualsiasi speranza circa un possibile, quanto improbabile riscatto in una dimensione della quotidianità alienante e stritolante. Il suo codice linguistico, soprattutto in Solitari, ha da sempre rivelato una certa crudezza quasi cannibalica, molto “sangue e merda”, come avrebbe detto Thomas Prostata, lo scrittore pulp pure troppo, esordiente qualche anno fa su Mediaset nella trasmissione Mai dire Gol! Prendiamo ad esempio alcuni passi di Solitari. Nel racconto Brutta gente si può leggere a pag. 5: “ (…) Dentro le case della brutta gente tutto è inutile. Anche i libri sono vani, che la cultura è truffa. Non c’è suono nei posti della brutta gente. Bestemmia è bandiera. Chi prende coscienza sputa in faccia a Dio”; oppure in l’Agnello a pag. 45: “ Massara Gregoria era inginocchiata, come quando prendeva la Comunione a Pasqua e Natale, ma non era l’Eucarestia che prendeva in bocca. La verga di Don Titta appariva e scompariva tra le labbra di Massara Gregoria”. Ha scritto dell’autore, Aldo Busi: “ Alemanno ha molta stoffa da cucire e conosce bene il tessuto sociale che esplora, e sono pochi gli aspiranti scrittori del Sud che non sfuggono verso una metafisica della metafora che rende obsoleto e insignificante tutto ciò che scrivono; Alemanno ha la pazienza e la bravura di parlare di ciò che conosce realmente”. Oggi Giuse Alemanno esordisce con il suo primo romanzo per i tipi di Stampa Alternativa, dal titolo Terra Nera, romanzo perfido e paradossale di cafoni e d’anarchia. Per 142 pagine Alemanno sembra voler dare al lettore in merito alle vicende contenute nel suo libro, delle coordinate cromo-semantiche fondamentalmente individuabili nel bianco dello sperma e nel rosso del sangue. Colori legati rispettivamente ad una dimensione del corpo e della sua stretta fenomenologia, su di un livello strettamente organico. Ed è il sangue a fare da padrone quando scorre copioso tra le gambe di Annina il giorno in cui diventa donna. Uno scorrere anomalo, tanto da indurre i genitori della fanciulla, Pasquale e Graziella, a chiamare Rosetta delle pezze, la mammana così chiamata o maciara ( la strega del contado), che diagnostica alla giovincella una malsana e ossessiva ninfomania, guaribile solo con l’intervento del prano-sverginatore , Zio Peppe. E ‘ Nino a raccontare le vicende del romanzo, figlio di Annina, nato anni dopo la consacrazione al sesso della madre. La donna, sovrana incontrastata del suo corpo e delle pulsioni sessuali ad esso connesse, si concede a don Aldo Fucciano, latifondista che dà lavoro al marito, il quale morirà per l’umiliazione, dopo aver scoperto le trastule tra la moglie e il suo datore di lavoro. Nino non solo vendicherà il padre uccidendo Don Aldo, facendola per giunta franca, ma entrerà nelle grazie del fratello del defunto, Don Totò Fucciano, che lo farà suo pupillo e lo manderà a studiare dal professore Fontanile. Alemanno ha la capacità di coinvolgere il lettore, offrendogli in bella posa una serie di situazioni e personaggi che rivelano come l’autore di Terra Nera sia abilmente in grado di rendere senza troppi fronzoli una realtà ai margini della quale ne ha assaporato i miasmi. Ad esempio Costantina rappresenta una personaggio dalla incredibile carica sessuale non esente da un certo appetito selvaggio e bestiale, amante già del padre di Nino, e bramosa nel voler sostituire il defunto con il figlio. Bruttacapa, agitprop anarchico, che vede in Nino le qualità del sovversivo, così viene ritratto a pag. 69 del volume: “ Bruttacapa è la più brutta specie di politicante, uno che non crede in nessuna cosa, un pericoloso tentatore che è capace di far intendere che Cristo non è Cristo a quei cafoni ignoranti, Bruttacapa è un anarchico”. E Bruttacapa è uno che di anarchia se ne intende, uno di quelli che sicuramente hanno letto i sacri libri di un Bakunin, portandosi in tasca passo dopo passo, nella sua vita di lotta e clandestinità, l’invito agli ideali anarchici di Petr Kropotkin nel suo “L’Anarchia. La sua filosofia e il suo ideale”. Si può leggere a pag. 77: “ … io non faccio il professore d’anarchia e non vengo a farvi un corso d’anarchia. Non sono qui per creare anarchici. Voglio solo farvi riflettere. Gli anarchici sono contro il governo e vogliono abbatterlo. Il governo d’oggi come quello di ieri e quello di domani. Il governo emana dai proprietari, ha bisogno per sostenersi dell’appoggio dei proprietari, i suoi membri sono essi stessi dei proprietari ; come potrebbe fare gli interessi dei lavoratori? Eppoi come potrebbe un governo risolvere la questione sociale? Questa dipende da cause generali che non possono essere risolte da un governo e che, anzi, determinano esse stesse la natura e l’indirizzo del governo. Per risolvere la questione sociale occorre cambiare radicalmente tutto il sistema che il governo ha invece missione di difendere. Per risolvere la questione sociale ci vuole la rivoluzione”.
Ma una rivoluzione per farla, non necessita solo di ideali, e parole, leggere come un soffio di vento, incomprensibili per chi è abituato ad avere le ossa rotte di stanchezza, a non godere di giorni di festa, di domeniche, di una risata allegra. E se non c’è allegria, se il desiderio di vivere viene ad essere soffocato dall’indolenza dolce e melense delle immagini da mercato spettacolare, nei centri commerciali oggi, o dalla difesa strenua della roba, ieri, con la legge biblica del perché un domani non si sa mai, come allora parlare di rivoluzione, a chi si può parlare di rivoluzione, come far passare un concetto così emancipativo, e soprattutto chi lo può accogliere, quando la cultura, si scava una fossa con le sue mani, diventando intrattenimento da salotto televisivo, e alcuni libri di narrativa oggi, si misurano con il saper raccontare la merda di questo o di quel periodo storico. Come parlare di una rivoluzione, che forse sarebbe necessaria ripensarla nei termini di un sollevare la gente dalle barbarie della sopravvivenza, dandogli più controllo sulla gestione dei tempi di produzione creativi e sulle dinamiche di accesso libero al proprio corpo, quando l’idiozia della pubblica istruzione ad esempio, scimmiotta la preparazione tecnicistica d’oltreoceano (necessaria senza ombra di dubbio ma qualcosa la trascurerà sicuramente) del vero/falso, dimenticandosi tutte le meravigliose sfumature di un sapere dialettico, critico, discussivo, aperto. E soprattutto, come accennare ad un concetto dai mille barbagli come quello di rivoluzione, per ritornare al romanzo in questione, quando l’orizzonte dell’esistenza viene ad essere così spietatamente percepito da un popolo di cafoni (per utilizzare lo stesso lessico di Alemanno), a cui questa parola sembra contenere la stessa virulenza della peste: “ (…) Il nostro sole è un martello che spezza l’osso frontale del cranio. Il nostro sole è fatto d’acciaio. Lavorare in campagna sotto il sole è una forma consentita di suicidio. I padroni per questo pagano pure. Quattro soldi. Quei quattro soldi che ingannano, sembra facciano vivere, invece lastricano la strada per l’inferno dei cafoni. E le donne dei cafoni sono la riserva di caccia dei padroni. E tutto è così. Tutto è sempre è così.” (pag. 104). Questa immobilità, questo universo cavo delineato in poche righe, dove l’energia sembra scomparire definitivamente e oblio e oscurità la fanno da sovrani, non può che far vagamente ritornare alla mente, solo per un flash istantaneo, il Vuoto Primigeno abitato da divinità cieche e idiote, che Lovecraft ha narrato nei suoi cicli di Cthulhu. Un paragone forse non tanto azzardato, perché la cecità e l’idiozia, si insinuano subdolamente quando le strade sono senza uscita, quando occorre ingoiare troppi rospi pur di continuare a campare e di andare avanti, quando fai appello a tutte le tue forze per non farti schiacciare da quel pensare alle cose serie della vita, che sempre dev’essere sacrificio e solo sacrificio, e figuriamoci poi se qualcuno parla di rivoluzione … sarebbe solo da guardare in cagnesco. E già! Chi lo porta poi il pane a tavola …: “ I cafoni vogliono sempre uno che comanda. Ne hanno bisogno. Senza si sentono persi. Non sanno che fare. Quando un cafone è confuso emerge la sua vera natura di cafone. Il cafone vuole solo essere pagato per il lavoro che fa. Il cafone non è in grado di assumersi responsabilità. Non ne vuole. Vuole solo essere irreggimentato, pagato e lasciato al suo eterno, inevitabile destino di cafone. I cafoni quando non faticano si accoppiano spesso, come gli animali. Ecco perché i cafoni mi fanno schifo. I cafoni non fanno parte del genere umano. I cafoni sono delle bestie.” (pag.130).
Ogni singolo personaggio del romanzo sembra venir travolto da uno spasmodico desiderio di liberarsi istericamente dei propri appetiti sessuali, senza minimamente curarsi delle convenzioni proto-civili di un gruppo comunitario rurale. Zio Peppe, a metà strada tra santone e guru tantrico agreste, dotato del buon senso di un infame, si fa ripagare delle sue consulenze scegliendo gli orifizi delle malcapitate in cui svuotarsi, giusto quando il denaro non attuasse quelle debite condizioni per poter saldare decorosamente i debiti. E quale migliore dimostrazione di bestialità da parte di un uomo di cultura e di scienza, come il dottor Buccolieri quando sottopone a visita ginecologica la giovane Annina. Il medico verificando le condizioni di integrità anale della fanciulla, dopo quelle vaginali ovviamente, asseconda con il dito infilato nell’orifizio della fanciulla, i ritmici movimenti del bacino della stessa, perdendo ogni dignità professionale per quell’inaspettata manna di cedevolezza lubrica. Di spunti di riflessione questo lavoro di Alemanno ne potrebbe dare a bizzeffe, e di sicuro non è sufficiente fermarsi ad una lettura che computi i riferimenti di genere letterario come, per citarne uno, il Verismo verghiano, né tanto meno quell’altro aspetto del sapere, l’antropologia, che farebbe calzare ad hoc il linkaggio ad una Terra del Rimorso di De Martino. Terra Nera, si mostra come un lavoro ben fatto, organicamente strutturato sul piano dell’intreccio, e bilanciato circa la gestione simmetrica dei dialoghi. Da questo momento in poi da Alemanno ci si potrà aspettare qualcosa di veramente buono! (da www.musicaos.it)

mercoledì 11 aprile 2007

Martirio e Jihad

TEATRO CONTATTO 06/07
LA PAURA E IL CORAGGIO - INCONTRI
a cura di CSS TEATRO STABILE DI INNOVAZIONE DEL FVG
ASSOCIAZIONE CULTURALE VICINO/LONTANO
coordinamento incontri MARCO PACINI

17 aprile 2007, ore 21 > Udine, Teatro S. Giorgio
ingresso libero
MARTIRIO E JIHAD
incontro con FARHAD KHOSROKHAVAR
moderatore Marco Pacini

Negli ultimi anni, l’islamismo radicale si manifesta attraverso il martirio che vede morire per la causa un elevato numero di persone. Cosa spinge questi candidati volontari alla morte sacra? E chi sono questi nuovi martiri? Giovani diseredati esclusi dai benefici della modernità, che vivono una condizione di alienazione, o una minoranza di immigrati che si trovano nel cuore stesso dell’Occidente e fanno parte di nuove classi medie sospese tra Oriente e Occidente? A quale delle due categorie appartengono i piloti suicidi del World Trade Center?
L’islamista che più ha riflettuto sul “nuovo martirio” come forma di attivismo politico-religioso non più circoscritto al Medioriente ma ormai ampiamente deterritorializzato, ci aiuta a entrare nell’orizzonte di un “coraggio” estremo e distruttivo, quello delle pratiche suicide portate a compimento con assurda abnegazione.


Farhad Khosrokhavar _ sociologo, nato a Teheran ma residente in Francia, è direttore di ricerca all’École des Hautes en Sciences Sociales di Parigi. Studioso dell’Iran e dell’Islam, di recente ha pubblicato L’Islam des jeunes (Flammarion, Parigi 1997),
una ricerca sul ritorno all’islam dei giovani maghrebini residenti in Francia; L’Instance du sacré (Cerf, Parigi 2001). In Italia è noto per il suo saggio I nuovi martiri di Allah (Bruno Mondadori, 2003). In Francia ha appena pubblicato Quand Al-Qaïda parle : témoignages derrière les barreaux, (B. Grasset, Paris, 2006).

sabato 7 aprile 2007

300 - esperimento 01

"Un Re deve guidare il suo popolo, una Regina deve seguire il suo Re.
Torna col tuo scudo. O sopra di esso"

( dal film di Zack Snyder)

mercoledì 4 aprile 2007

La Paura e il Coraggio

TEATRO CONTATTO 06/07 LA PAURA E IL CORAGGIO

14 aprile 2007, ore 21
Udine, Teatro Palamostre
URLO
ideazione e regia PIPPO DELBONO
con Fadel Abeid, Dolly Albertin, Gianluca Ballarè, Raffaella Banchelli, Bobò, Margherita Clemente, Pietro Corso, Pippo Delbono, Lucia Della Ferrera, Ilaria Distante, Claudio Gasparotto, Gustavo Giacosa, Simone Goggiano, Elena Guerrini, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Germana Mastropasqua, Julia Morawietz, Gianni Parenti, Mr. Puma, Pepe Robledo e con il Maestro Giuliano Bracci
scene Philippe Marioge, luci Manuel Bernard
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, Maison de La Culture de Bourges, Festival d'Avignon, Teatro di Roma, Le Volcan - Scène National du Havre, Théatre de la Cité - Théatre National de Toulouse Midi - Pyrénées, Scène Nationale de Sète, Spielzeiteuropa Berliner Festispiele in collaborazione con Fondazione Orestiadi di Gibellina

URLO, TRA SAGGEZZA E FOLLIA _ Al suo debutto, al Festival di Avignone, dove due estati fa è stato accolto trionfalmente, Le Monde ha parlato di Urlo come “un evento indimenticabile, uno spettacolo pieno di saggezza e follia, di musica e poesia, popolato di creature fiabesche”. Come ogni spettacolo di Pippo Delbono, Urlo è infatti un viaggio che va dritto al centro delle emozioni, un’opera rituale dove collidono la danza, il canto, la musica, la pittura, le parole. Una miscela esplosiva che squarcia l’inesprimibile.

PIPPO DELBONO _ Autore e interprete di un teatro poetico sempre molto vicino alla vita, fatto di vissuti individuali, di vicende e memorie che da sole riempiono la scena, Pippo Delbono lavora in questi anni con una compagnia dal vissuto molto differente. Anche in Urlo ritroveremo i compagni di strada “non attori” Nelson, Gianluca, Gustavo, il piccolo Bobò, ma anche danzatori come Pepe Robledo e attori professionisti – sul palco assieme ai musicisti di una banda di paese e allo stesso Delbono che con la sua voce e la sua presenza maieutica ed energica orchestra le azioni di questo popolo multiforme e libero. La sua voce appesa all’immancabile microfono si congiunge alle parole sul potere di Oscar Wilde, Allen Ginsberg, mentre come un leit motiv echeggia la frase talismano del Che: “una grande rivoluzione non può che nascere da un grande sentimento d’amore”…

Urlo è un grido. Quello del neonato, ma anche lo strazio del torturato, la furia dell’arrabbiato che chiede la fine del tempo iniquo, proclama l’urgenza di un mondo più umano (...) Ma grido anche il bisogno del bambino, grido la voglia di libertà. Perché il potere è anche quello che ognuno di noi ha di cambiare il proprio destino. Pippo Delbono

lunedì 2 aprile 2007

Annamaria Ferramosca. La poetica del Destino

D. 1 - Nella tua ultima raccolta Curve di livello (Marsilio), persiste un senso della prosa poetica costantemente in bilico tra ricerca di Realtà e desiderio di costruire un equilibrio globale sul piano della Memoria. Le “Curve di livello” aprono a mio avviso un nuovo Tempo Poetico. Quale parte di te, del tuo sentire, rientra nel ritmo dei versi di questa raccolta?

D. 2 - Le tre sezioni del libro costruiscono una singolare geografia del Destino. Ma in fondo a mio avviso è il Silenzio a farla da padrone nel tuo libro. Sei abituata a costruirlo il Silenzio, ad addomesticarlo, o è per te una lotta impari?

D. 3 - Quale direzione sta prendendo oggi, secondo te, in Italia la Poesia. Si vende poco, se ne parla sui giornali sempre meno, eppure resiste. Ma basta?

R. 1 - In poesia la parte “cosciente”di chi scrive passa quasi sempre in seconda linea , nel senso che non vi è quasi mai, almeno per me, intenzionalità nella scrittura. Così solo dopo, dopo aver scritto un cospicuo numero di testi, scopro che il pensiero si era mosso su un territorio contiguo, quasi oscillando su temi che via via appaiono avere vicinanza e necessità . E accade quando, a raccolta ultimata, mi metto carponi sul pavimento cosparso dei fogli per trovare il filo che mi suggerirà l’ordine e il raggruppamento dei testi in sezioni, si illumina tutto il percorso.(E’ il metodo suggeritomi dalla scrittrice Tess Gallagher, e funziona sempre!) Questo libro ha così rivelato che il tempo della mia scrittura era, e forse ancora continua ad essere, il tempo dell’incontro planetario, da ricercare ad ogni livello. Se vuoi, in quello che tu chiami nuovo Tempo Poetico puoi vedere la presenza, oggi imprescindibile, dello scambio multietnico, che sento apportatore di grande ricchezza, e della necessità di ripensare un nuovo modo per sopravvivere insieme. Ascoltando anche il richiamo del passato, i suoni benevoli provenienti da quella dimensione arcaica in cui eravamo uniti, sia pure in tribù, ma solidali e proiettati a costruire insieme, mai come individuo. Certamente in questa scrittura vi è anche una parte della mia consapevolezza, delle mie convinzioni, che in poesia si trasfigurano. La poesia cerca di essere mitopoietica, inconsapevolmente.

R. 2 - Mi piace che tu abbia parlato di silenzio, del silenzio che hai sentito risuonare tra le pagine di questo libro. Silenzio che paradossalmente nella lettura orale dei testi passa con più evidenza. In quest’epoca invasa dal frastuono massmediatico abbiamo un bisogno spasmodico di silenzio, dobbiamo coltivarlo; non si tratta dell’assenza di suoni, il silenzio di cui parliamo non è vuoto, ma densissimo delle eco dalla nostra storia quotidiana, dai piccoli eventi che lasciamo allontanarsi senza fermarci a sentirne le vibrazioni, sia felici sia dolenti. Abbiamo bisogno di silenzio-pausa di elaborazione, anche di contemplazione- senza scomodare lo zen- per assaporare il senso della vita che sfugge. Personalmente mi concedo molte pause di ascolto, soprattutto notturne. E’ una mia dimensione necessaria, dove inoltrarsi apre a volte sorprendenti visioni . Non è una lotta, è lasciarsi andare, semplicemente, a connessioni spontanee.

R. 3 - Contrariamente a quanto si pensa, la poesia oggi sta esplodendo, e non solo in Italia. Si scrive moltissimo dovunque, con notevole freschezza in America Latina, dovunque si esplora con felicità questa modalità libera di scrittura, indipendentemente dal desiderio di notorietà, almeno per molti, soprattutto giovani, malgrado la scuola (sono autodidatti i giovani, a questo proposito, e ti assicuro che molti scrivono cose memorabili, di enorme incisività). Scrivono in tantissimi, me lo confidano in molti, nel mio condominio sono già in tre, nello studio medico che frequento per lavoro anche il direttore medico scrive aforismi, in rete vi è un pullulare smisurato di aspiranti poeti, come si fa a dire che la poesia muore? E questo accade non solo per il maggiore livello di alfabetizzazione, ma perché va sempre più consolidandosi la convinzione che frequentare poesia - chi legge poesia dopo un po’ inevitabilmente finisce per scrivere - è percorrere il solo territorio dove l’invasione omologante, il sistema economicista/consumista/tecnologico non può arrivare, dove la ricerca della bellezza rimarrà sempre il mezzo per salvare dalla barbarie. I reading poetici, come quello che si sta tenendo a Roma al Teatro Argentina sono super affollati, si legge poesia sempre più, nei festival, nei bar etc., anche se si vende poco, è vero. Forse perché il libro di poesia costa troppo. E si pubblica anche molto ciarpame. E non si invitano i poeti a leggere nelle scuole, dove la conoscenza della poesia è ancora legata a moduli stantii, dove non si parla mai di poesia contemporanea e straniera.
Perché allora non invitare tutte le case editrici a pubblicare magari insieme, magari solo un solo libro l’anno, in formato piccolo, con molte voci, a costo minimo? Un’iniziativa-fiore all’occhiello da pubblicizzare in rete a costo zero, da inviare gratis alle scuole. Magari – è il mio sogno – selezionando testi in anonimo, quindi senza nessuna autoreferenzialità e spinte personalistiche-editoriali che alla lunga non reggono. Sarebbe il modo perché si affermi solo la poesia valida, quella veramente capace di lasciare traccia e che vien voglia di imparare a memoria…
Come succedeva per i poemi multipli omerici: è rimasto il canto, non si sa nulla – e menomale – degli autori. Vale la pena lanciare l’idea, copiatela pure, dappertutto!






ANNAMARIA FERRAMOSCA , di origine salentina, vive dal 1970 a Roma. Suoi testi e interventi critici sono apparsi su varie riviste letterarie e siti web come La Mosca di Milano, Hebenon, Eupolis, Hebenon, La Clessidra, vicoacitillo.it, literary.it, poiein.it.
Ha pubblicato in poesia: IL VERSANTE VERO, Fermenti, Roma, 1999, Premio Opera Prima A.Contini Bonacossi ; PORTE DI TERRA DORMO, plaquette, Dialogolibri, 2001; PORTE /DOORS, pref.ne di Paolo Ruffilli, Edizioni del Leone, 2002 con traduzione inglese, Premio Internazionale Forum 2002 ; PASO DOBLE, Empiria, 2006, coautrice Anamaría Crowe Serrano, raccolta di “dual poems”, in strofe alterne in italiano e inglese, traduzione di Riccardo Duranti; CURVE DI LIVELLO, Marsilio, 2006, finalista al Premio Pascoli, Premio Città di Castrovillari- Pollino, Premio Violetta di Soragna, Premio Astrolabio 2007. Interventi critici sulla sua scrittura sono apparsi in rete e su varie riviste e antologie tra cui: Poesia, Poiesis, Translation Ireland, Gradiva, vicoacitillo.it, sinestesie.it , geraldengland.uk ; La parola convocata,1998; L’altro Novecento,1999; Donna e Poesia, 2000; Poiesis, 2001 e 2003; Hebenon, La mosca di Milano, Leggere Donna, Poeti italiani verso il nuovomillennio, 2002, Folia sine nomine secunda, 2005.

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