Stefano Donno on twitter

mercoledì 30 maggio 2007

Giulio Andreotti e Leonard Guaci

LEONARD GUACI
I GRANDI OCCHI DEL MARE
BESA EDITRICE

30 maggio 2007
h.19,00

Libreria Arion
Piazza Montecitorio n.59
Roma

Interverranno il Senatore Giulio Andreotti
Oliviero La Stella, giornalista de Il Messaggero
Modera Aldo Papa, giornalista Rai
Il poeta Visar Zhiti


Mezzo secolo di storia dell’Occidente visto attraverso la televisione con gli occhi di un gruppo di ragazzi di Valona. Costretti dalla dittatura a un lungo isolamento fisico e morale, Mao, Stalin, Lenin Gramshi, Partizan (i loro nomi) si attaccano ogni giorno al piccolo schermo. È così che conoscono Adriano, Gianni, Corrado, La Tigre di Cremona, Pippo, Lucio, Eros e altri miti, i nomi dei quali danno il titolo a ogni capitolo, ma anche le Brigate Rosse, il commissario Calabresi, i Beatles, la Juventus, il Vietnam, Kissinger, Coppi, la Thatcher, Aldo Moro, Ustica, la P2, Paolo Rossi, Chernobyl, il muro di Berlino e tanti altri personaggi ed eventi che hanno fatto la storia del secolo scorso. La televisione italiana diventa una grande finestra da dove poter guardare il mondo e cercare di capirlo.
Parallelamente a tutto ciò scorre la loro vita quotidiana che si svolge fra mille difficoltà e divieti, arresti, scontri generazionali. Ma c’è anche la loro voglia di non soffocare dentro quel grande bunker nel quale è stata trasformata la loro patria. Imparano a parlare italiano, a suonare la chitarra, organizzano concerti clandestini, leggono libri proibiti, combattono a modo loro la dittatura. Sognano di scavalcare un giorno la linea dell’orizzonte che li separa dalla libertà. E dopo il crollo del regime qualcuno riesce ad andar via.
Tensione, colpi di scena, ironia, poesia accompagnano costantemente il romanzo, che si legge tutto d’un fiato.

LEONARD GUACI è nato a Valona (Albania) nel 1967. Ha iniziato la sua attività letteraria con numerosi scritti sui giornali albanesi. Nel 1990 si trasferisce a Roma dove vive e lavora. Da allora ha collaborato con i periodici «Lo Stato» e «Il Borghese» e con il TG1. Con Panciera Rossa nel 1999 ha vinto il premio internazionale di letteratura «Antonio Sebastiani».
I grandi occhi del mare è il suo secondo romanzo.

domenica 27 maggio 2007

Le voci della città

Fiesole (FI) – Basilica di Sant’Alessandro 7-10 giugno 2007
meeting delle scritture e dei giovani scrittori
(laboratori di scrittura/poetry slam/reading/tavola rotonda)

LE VOCI LA CITTÀ
La scrittura per ripensare spazi e accessi

Il Comune di Fiesole, nell’ambito del progetto “GiovaniLibri” promosso da ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani), Ministero delle Politiche Giovanili e Ministero per i Beni e le Attività Culturali, organizza per il prossimo mese di giugno un meeting dedicato alla scrittura e ai giovani scrittori.

L’iniziativa è dedicata ai giovani scrittori e alla scrittura come occasione per ripensare e reimmaginare i luoghi e gli spazi di vita, di incontro, di interazione. È gratuita e aperta a tutti gli aspiranti giovani narratori e poeti. Si articola in appuntamenti formativi e performativi: due laboratori di scrittura - uno di narrativa (racconto breve), uno di poesia (per l’oralità); un poetry slam; un reading di racconti; una tavola rotonda sul tema “le voci la città”, un modo per riflettere sul mondo a partire dagli immaginari che sa modellare la scrittura.

Il meeting si svolgerà dal 7 al 10 di giugno presso la Basilica di Sant’Alessandro. I racconti e i testi poetici che saranno letti e performati durante i quattro giorni del meeting, insieme agli atti della tavola rotonda, saranno pubblicati da Cadmo in un libro più CD.

***

Programma
(tutti gli eventi si svolgono presso la Basilica di Sant’Alessandro):


• Giovedì 7 giugno 15.30-19.30 e venerdì 8 giugno 15.30-19.30:
laboratorio di scrittura narrativa - racconto breve (docenti Gabriele Frasca e Gianmaria Nerli).


• Sabato 9 giugno 10-13 e 14.30-19.30:
laboratorio di scrittura in versi – poesia orale (docenti Lello Voce e Luigi Nacci).


• Sabato 9 giugno 21.30:
poetry slam.
EmCee della serata: Lello Voce.
Partecipano: Vincenzo Bagnoli, Dome Bulfaro, Luigi Nacci, Adriano Padua, Furio Pillan, Marco Simonelli, Sara Ventroni e i migliori allievi del laboratorio.


• Domenica 10 giugno 17.00:
reading di racconti – tavola rotonda.
Partecipano: David Bargiacchi, Marco Candida, Gianmaria Nerli, Luciano Pagano, Laura Pugno, Alessandro Scotti, Catalina Villa e i migliori allievi del laboratorio.
Alla tavola rotonda saranno presenti l’architetto Lorenzo Romito, il critico letterario Andrea Cortellessa, il Sindaco di Fiesole Fabio Incatasciato, l’urbanista Gianni Pettena, l’antropologo Marcello Archetti.

***

Progetto a cura di Gianmaria Nerli e Luigi Nacci.


Per le iscrizioni - gratuite e aperte fino al 6 giugno
si può chiamare al numero 055/5961227-25
oppure scrivere a segreteria.sindaco@comune.fiesole.fi.it
www.comune.fiesole.fi.it

sabato 26 maggio 2007

L'invito del poeta Pietro Berra per ricordare Salvatore Toma

Cari amici,
lunedì 4 giugno alle 20.45, nell’ambito degli “incontri primaverili di poesia” ospitati dalla nuova (e splendida, per chi non avesse ancora avuto occasione di visitarla) biblioteca di Brunate, farò una serata su Salvatore Toma, poeta salentino che visse su una quercia, che morì a 36 anni di cirrosi epatica, che nei suoi testi ha lasciato prove notevoli di vitalità e di ironia, che amò molto gli animali e anche la moglie e i figli (un po’ meno l’umanità in genere), che una filologa rigorosa come Maria Corti dovette far passare per suicida per riuscire a pubblicarlo postumo da Einaudi. Il suo libro, Canzoniere della morte, è tornato a circolare “a furor di popolo”, in seguito a una petizione che ha unito due estremi di Italia, il Lario e il Salento, e che ha spinto la casa editrice torinese a ristamparlo. L’incontro del 4 giugno sarà anche un’occasione per effettuare un viaggio culturale e fotografico nella terra cui la vita e la produzione poetica di Toma sono legate a doppio filo: la penisola salentina.

Siete tutti invitati!

Pietro Berra

giovedì 24 maggio 2007

Donato Valli e la Storia e letteratura nel Salento

Ciclo di seminari del Prof. Donato Valli su "Storia e Letteratura del Salento". Il ciclo di seminari avrà inizio a partire da venerdì 25 maggio alle ore 17:30 e potrà essere seguito in diretta interattiva in tutte le aule del Campus Satellitare del Salento.
PROGRAMMA
Venerdì 25 maggio 17:30 - 19:30
La provincia salentina nel secondo '800: ideologia, cultura, rapporto conla nazione. Il Gazzettino Letterario, Lo Studente Magliese, la crisi di fine secolo.
Giovedì 31 maggio 17:30 - 19:30
Poeti, strutture e ideologie del secondo '800 salentino: il giornalismo, l'istruzione,la stampa, la poesia. Letture da Vincenzo Ampolo e Giuseppe Gigli.
Giovedì 7 giugno 17:30 - 19:30
Il '900. I due aspetti del '900, tra conservazione e avanguardia.La figura, il mondo, la poesia di Girolamo Comi.
Giovedì 14 giugno 17:30 - 19:30
Il secondo dopoguerra: la rinascita, l'esplosione della cultura, l'università.Vittorio Bodini e il Sud.

martedì 22 maggio 2007

Luisella Carretta

IL MONDO
IN UNA VALIGIA

Atelier nomade 2

Campanotto Editore

con

Luisella Carretta

artista scrittrice



Venerdì 25 maggio’07, ore 21.00


INGRESSO LIBERO


Per informazioni:

CENTRO CULTURALE ARCI
DISCIPLINE ORIENTALI ED OCCIDENTALI
SCUOLA INTERNAZIONALE DI SHIATSU - ITALIA
Mantova – Via Daino 1
(zona anconetta)

lunedì 21 maggio 2007

Luciano Pagano e il suo Re Kappa


Se di esordio dobbiamo parlare, in questo caso occorre andarci con i piedi di piombo, perché Luciano Pagano, l’autore di “Re Kappa” edito dalla Besa editrice, con la scrittura ha un rapporto di osmosi pulsionale portato avanti da anni con metodo e rigore. Non solo ha prodotto interventi di carattere poetico, ma anche sul piano della saggistica ( facciamo riferimento al suo intervento nel libro “La transe dell'artista”a cura di Vincenzo Ampolo e Luisella Carretta con la prefazione di Georges Lapassade per i tipi di Campanotto Editore) e della critica letteraria sia come redattore della rivista “Tabula Rasa” sia come direttore del sito www.musicaos.it. E “Re Kappa” rappresenta un’operazione editoriale coraggiosa sia dal punto di vista linguistico, con un procedere periodale fortemente pausativo, secco e incalzante, sia per ciò che concerne strettamente l’intera architettura della trama. “Re Kappa”, romanzo di Luciano Pagano, di cui si parlerà molto, non analizza tanto la realtà editoriale salentina, che è pur presente nella storia ma si capisce che è solo un pre-testo, quanto il vivere una determinata realtà ( non importa se centro o periferia) sincopata, quasi claustrofobica, ricca di personaggi grotteschi, carichi di un’umanità velenosa, attraverso le relazioni esistenti tra tre personaggi chiave: l’io narrante, un giovane scrittore alle prese febbrili con il suo percorso di ricerca, Gastone Gallo, editore inquieto, sempre con nuove idee da condividere con maniacale dovizia di particolari ai suoi collaboratori, e Michel Benoit, un critico di origini francesi, un imbroglione, un – per utilizzare un’espressione di Pagano – batonga di una dimensione culturale d’avanspettacolo. E Benoit viene descritto dal nostro autore in maniera brillante, con grande stile, mettendo in luce le zone d’ombra di un personaggio degno di essere chiamato “losco figuro”, un critico che non ha mai fatto pubblicazioni degne di portare questo nome. Il suo unico merito, forse, è quello di avere nelle sue grinfie, il manoscritto del leggendario “Volonté du roi Krugold” di Louis-Ferdinand Céline, testo di oltre novecento pagine sul quale l’autore di “Viaggio al termine della notte” lavorò per molti anni, senza che lo stesso potesse mai veder la luce, in quanto trafugato da mani maialesche strumento di una volontà carica di livore nei confronti di un genio come Celine in grado di produrre un’opera d’arte come “La volontà del Re Krugold”.
Ad ogni modo Pagano rende in punta di penna, un mondo cancrenoso e canceroso, in cui Benoit, rimandando continuamente la consegna dell’edizione critica del manoscritto in questione, tiene in paranoico stand-by l'editore Gallo, facendosi elargire gustose somme di denaro per organizzare i suoi Festival di Poesia da cartolina nel Salento. L’odio profondo del protagonista nonché il desiderio di poter avere un rapporto onesto, sano e collaborativo con il suo editore, lo spingono a compiere l’impensabile. Un gesto che sa di grande valore prometeico. E sarà proprio la ricerca del manoscritto misterioso a far compiere alla narrazione la sua fuga verso un insolito ma affascinante finale.
Pagano utilizza il romanzo per descrivere le meccaniche sociali, quelle della realtà di ogni giorno, con occhi che sanno guardare al buio, che sanno vedere spettrograficamente quello che sta prima di tutto questo.
Ne viene fuori una narrazione metaletteraria, un monologo che ha una voce senza filtri, e che possiede la forza del desiderio, anzi di un unico desiderio … quello metaletterario, meta-etico, meta-pop, della verità a ogni costo.
Re Kappa – dice Elisabetta Liguori in suo intervento critico al volume di Pagano – è un lavoro che comincia proprio quando la letteratura contemporanea italiana sembrerebbe fermarsi. “Pagano in via preliminare tratteggia il suo ambiente: l’inquietante mondo pop delle lettere salentine. Ambiente del quale intravede strani bagliori alla fine del canale attraverso il quale è costretto a strisciare per arrivare a vedere alla luce.
Ma Re Kappa è questo e molto di più!

(da coolclub)

domenica 20 maggio 2007

salentopoesia: Salento

salentopoesia: Salento

Mozart di Atlantide di Simone Navarra

Quando apparve nel 1950 per la prima volta Io, Robot di Asimov si aprirono diversi spunti di riflessione in merito alle celeberrime Leggi della Robotica, che regolano il comportamento delle “macchine pensanti”, divenendo da quel momento il punto di riferimento di tutta la letteratura e la cinematografia dl genere. Poi hanno fatto la loro comparsa i cyborg, umanoidi a metà strada tra i robot e l’essere umano, e come non pensare a Blade Runner, di Philip Dick, opera letteraria ormai a furor di popolo entrata nella storia collettiva internazionale, e ancora ai meravigliosi prototipi di Terminator, alla lotta feroce tra cyborg ed esseri umani di Natural City, guardando con più attenzione ai nostri giorni. L’opera on-line di Simone M. Navarra, Mozart di Atlantide, anche se non propriamente vicina agli esempi citati precedentemente, ci porta in prossimità di una tematica che accomuna come sottofondo, un po’ tutti gli esempi citati sopra: l’ontologia dell’oblìo! Al di là delle qualità intrinseche di Navarra in questo lavoro, nella puntualità con cui cura i passaggi lungo l’intero svolgersi dei tempi della narrazione grazie anche ad uno stile asciutto ma elegante, senza troppi fronzoli, che cattura e coinvolge il lettore sino alla fine, occorre dare il merito a quest’autore di porre in essere alcuni interrogativi inquietanti che riguarderanno prima o poi l’intera umanità. In un’era di transito come la nostra, dove il soggetto viene a disperdersi lungo un orizzonte di oscurità, e cecità cronica, in cui etica, critica, e politica divengono categorie svuotate di senso, Navarra non esita a descrivere che le prospettive delle nano-tecnologie, bio-tecnologie, neuro-scienze, azzerano l’organico a scapito del bio-tecno-organico. E’ così alla fine che una nuova soggettività incarnata erompe nella realtà, e parliamo in questo caso del post-organico cyborg, creatura post-umana, che soppianterà ogni legame sociale, distruggendo i processi di trasformazione dei codici che garantiscono la memoria globale dell’umanità. Già … perché le lotte non si limiteranno all’accaparramento selvaggio delle risorse energetiche, l’acqua non verrà più considerata l’oro del futuro, anche perché una guerra di appalti selvaggi per la costruzione di nuove colonie nel cosmo, sfratterà i popoli della terra costringendoli ad abbandonare il pianeta … i nuovi libri di storia parleranno dell’assedio all’eternità, ovvero la possibilità, attraverso pezzi di ricambio robo-organici, non solo di diventare eterni, ma di conservare tutte le “esistenze precedenti” attraverso delle copie di backup. Ora, il problema in questione sembrerebbe di nessuna rilevanza, anzi, se la memoria viene danneggiata, non c’è alcun pericolo, visto i progressi della tecno-chirurgia, di svegliarsi una mattina e guardandosi allo specchio scoprire di veder riflessa l’immagine di un perfetto estraneo nel peggiore dei casi … nei migliori, di non ricordare gli ultimi mesi di vita. La conservazione non più della specie, ma la conservazione dei dati in memoria, potrebbe diventare oggetto di prassi criminosa e neo-mafiosa, tanto da sviluppare ricatti, ritorsioni e quant’altro. Non staremo qui a raccontare la trama di Mozart di Atlantide, perché in quest’occasione val la pena veramente far venire l’acquolina in bocca. Basti sapere che ci troviamo dinanzi ad un fanta-giallo di buona qualità, che non tradirà le aspettative dei suoi lettori, e soprattutto che catapulterà quanti lo leggeranno in un’atmosfera all’apparenza prossima a quanto già conosciamo (ricerca di fonti alternative di energia, disoccupazione, iper-complessità sociale sfociante in paranoica sete di informazione e gestione dati) ma che ben presto si trasforma in mistero e delitto …o meglio … in delitto e resurrezione … immaginatene la modalità. Seguite le vicende di Mozart, Renoir, Svevo ( quando si parla di continuità nella trasmissione globale del sapere) e Lagrange, scoprendo quanto sia abile Navarra a tenervi inchiodati al vostro terminale. Un ultimo consiglio…se non ricorderete chi siete, e come avete trascorso la vostra esistenza sino ad oggi, chi sono i vostri amici, se siete sposati o meno, chiedetelo a Navarra, lui avrà con sé una copia di backup della vostra memoria.

(da www.musicaos.it)

giovedì 17 maggio 2007

Danza Lenta

E' un canto di gioia, e di lode alla vita di una ragazzina speciale che presto lascerà questo mondo a causa di una malattia incurabile.
A questa ragazzina rimangono pochi mesi di vita e come ultimo desiderio ha voluto mandare una lettera per dire a tutti di vivere la propria vita pienamente, dal momento che lei non potrà farlo.
Accolgo l'invito a diffondere questa semplice ma toccante costruzione in versi, del Prof. Alessandro Cicognani, Direttore dell'Unità Operativa di Pediatria presso l'Università degli Studi di Bologna.


Hai mai guardato i bambini in un girotondo?
O ascoltato il rumore della pioggia
quando cade a terra?
O seguito mai lo svolazzare
irregolare di una farfalla?
O osservato il sole allo
svanire della notte?
Faresti meglio a rallentare.
Non danzare così veloce.
Il tempo è breve.
La musica non durerà.
Percorri ogni giorno in volo?
Quando dici "Come stai?"
ascolti la risposta?
Quando la giornata è finita
ti stendi sul tuo letto
con centinaia di questioni successive
che ti passano per la testa?
Faresti meglio a rallentare.
Non danzare così veloce
Il tempo è breve.
La musica non durerà.
Hai mai detto a tuo figlio,
"lo faremo domani?"
senza notare nella fretta,
il suo dispiacere?
Mai perso il contatto,
con una buona amicizia
che poi finita perché
tu non avevi mai avuto tempo
di chiamare e dire "Ciao"?
Faresti meglio a rallentare.
Non danzare così veloce
Il tempo è breve.
La musica non durerà.
Quando corri cosi veloce
per giungere da qualche parte
ti perdi la metà del piacere di andarci.
Quando ti preoccupi e corri tutto
il giorno, come un regalo mai aperto . . .
gettato via.
La vita non è una corsa.
Prendila piano.
Ascolta la musica.




mercoledì 16 maggio 2007

Un particolare augurio allo scrittore Luigi Caricato


Lo scrittore Luigi Caricato, autore per Besa Editrice del romanzo L'olio della conversione, è stato insignito lunedi 14 maggio a Spoleto del titolo di accademico dell’olivo e dell’olio, in virtù di quanto ha dedicato, con i suoi libri e articoli, e ora anche con il romanzo sulla vita di Giuseppe da Copertino, alla formazione e alla diffusione di una cultura dell’olio in Italia e all’estero.
La prestigiosa Accademia nazionale dell’olivo e dell’olio, fondata nel 1960 a Spoleto, ha avuto come presidenti il sen. Giuseppe Salari (1960 – 1979) e il prof. Nestore Jacoboni (1979 – 1998), mentre, a presiedere attualmente il sodalizio dei saggi, vi è, dal 1998, il prof. Gianfrancesco Montedoro.

lunedì 14 maggio 2007

Parole Invadenti

Parliamo in questo caso di un’esordio. E quando si ha a che fare con un’opera prima, soprattutto poi se si tratta di poesia, occorre avere soprattutto orecchio, e munirsi di pazienza, tanta pazienza, a maggior ragione se per proprio costume si sceglie la via più dura, difficile, aspra che è quella di chi scrivendo intorno ai libri, li legge, li smonta, rimonta, e ne discute. La questione dell’onestà intellettuale, lasciamola ammuffire, risulterebbe una questione annosa, noiosa, e archeosemantica. In fondo nessuno è esente dalle logiche del mercato editoriale. Elena Cantarone, si fa conoscere con questo suo libretto dal titolo Parole Invadenti, nella collana Poet/bar diretta da Mauro Marino per i tipi di Besa editrice, ed è già un modo per esprimere al mondo in maniera inequivocabile, la propria vocazione. Ma scrivere dei versi oggi, sembra veramente alla portata di tutti. Magari un attento lettore di versi, chi ha macinato magari le opere di Ungaretti, Montale, sino a Pasolini, Sanguineti, Erba, Luzi, è in grado di assorbire lessico, ritmo, e una certa abilità da prestigiatore nel combinare musicalità e scelta semantica, tanto insomma da scoprire quei “tre/quattro trucchi”, da confezionare un discreto prodotto da immettere nel mercato. Non trascurando poi l’habitus del poeta, curarlo come nella migliore tradizione teatrante, prendendo il cipiglio del vate, che fulmina, saetta e sbraita, non sdegnante nemmeno la derisione, la facile battuta denigratoria, o peggio rivelando una rabbia inaudita, con la bava alla bocca, chiunque professi ingenuamente in sua presenza, di aver pubblicato un libro di poesie. E la prima opera poi bene o male inganna, e talvolta anche l’occhio più attento. Non rimane quindi che uscirsene in punta di piedi, quasi vergognandosi di esprimere frasi del tipo “… non ci resta che aspettare la prova successiva…”. Fortunatamente non è un discorso che vale per Elena Cantarone. Lei non vuole svelare con i versi, la sua vita, non vuole raccontarla, portarla alla luce, ma desidera legare le sue emozioni, attraverso un nodo saldo che non la faccia scendere in un profondo dis-equilibrio, in bilico perenne tra stabilità e oscillazione. L’obiettivo primario di questa raccolta sembra essere una gioiosa ricerca del ritmo, della parola giusta, non sublimante, ma deflagrante, quasi materia molecolarmente instabile. “Ci sono parole leggere/ svolazzanti, invitanti/ parole irruenti/ scattanti, taglienti/ parole che arrivano/ in volo radente/ parole che giocano/ e finiscono in niente. Ci sono/ parole puntute/ parole pennute/ parole grottescamente biforcute/ parole banali/ parole come tante/ parole miserevoli/ dietro un bel sembiante/ parole ingannevoli/ da commediante. / Ci sono parole vecchie, usurate/ parole nuove, non ancora scartate/ parole affilate, ruffiane marrane/ parole scontrose, infingarde riottose/ parole dense, vischiose parole lievi, smorfiose/petulanti, accidiose.”. Mi piacerebbe però provare a spiegare come tanta leggerezza e ludica/lubrica voluttà nel sentire la parola come non propria, funzioni a meraviglia nel corpo poetico di Parole Invadenti. La Cantarone, abolisce l’io, divertendosi a rendere sempre più elastico e variabile un Me poetico esuberante, che è palesemente richiesta di incontro verso l’Altro. E’ un sorriso grande, largo, generoso, mai da intendersi come soggetto di enunciazione monodirezionale, ma un Me plurale, festa musicale, pura solarità, invenzione senza condizioni: “Lo scriteriato scricciolo scriveva strane storie con strappi strappalacrime/ e straordinarie baldorie strabiliando straziato l’intero uditorio./ A maggio, sotto il faggio, l’odore del foraggio misto a quello del formaggio./ Sul poggio, un pigro scarafaggio è colto da un miraggio: / davvero ha visto un raggio che insieme a un vecchio saggio/ tentava un ammaraggio? Che gaggio!/ A luglio, in mezzo al loglio, ho trovato un capodoglio,/ leggeva un vecchio foglio che parlava di uno scoglio/ sul quale c’è un coniglio che rumina del miglio e ammalia una maliarda che…”. Elena Cantarone, percepisce la Poesia, e la piega a suo piacimento, come Tempo che non divide, che sa assaporare la dimensione del domani, che non si incendia per un perduto amore, ma perché l’Amore congiunge come azzurro stordimento, che non azzittisce mai, che nutre come una dolce canzone, che fa venir voglia di tremare, che schiaccia le faglie notturne del silenzio e dell’attesa, che grida a gran voce le sue parole invadenti, mai mormorio, ma profumo che porterai sempre addosso. Scrive bene Teresa Ciulli nella nota introduttiva: “C’è una logica pensa, anche così. È nello stordimento che provoca. Le cose sono unite da ragioni di contiguità di prossimità e niente altro. Dal loro fisico fortuito incontro e dal gesto che li ha abbandonati solo un poco. Sono quelli, sono loro quegli sfridi accumulati negli anni a ridosso di una parete a costituire l’opera poetica di Elena Cantarone. Cosa accumula una persona che si allena per anni, costantemente, tutti i giorni, come una impiegata dell’arte all’esercizio della voce della parola da mettere in bocca a un attore più importante di te in una sala di doppiaggio? Cosa accumula un’attrice nel corso della sua esistenza dentro i testi degli altri? Certamente l’abitudine a vestirsi rapidamente e a svestirsi con più velocità ancora. In cosa consiste alla fine il corpo di un attore? Mi viene in mente una conchiglia vuota. Tu l’avvicini all’orecchio e quel corpo anche quando è muto, suona. Di tutta la risacca del mare di tutte le onde anche di quelle che sono state prima molto prima di lui, tanto prima. E questo libro di poesia è come il guscio di una conchiglia se lo accosti al tuo orecchio senti le molteplici voci e l’ingorgo di parole che tuttavia cercano di organizzarsi prima di risalire la spirale di questa ripida scala. È solo l’inizio lo sai vero? Perché tocca a te adesso farle scendere”. Elena Cantarone, custodisce per i suoi lettori, una splendida analisi del Soggetto poetico, dei diversi soggetti comunicativi che contribuiscono per tutto questo libro, a creare una sequenza simbolica, un nucleo di sentimento, veramente delizioso e godibile. Un esordio che merita di essere letto e apprezzato.

Elena Cantarone, Parole Invadenti, collana Poet/bar, Besa 2006 (da www.musicaos.it)

domenica 6 maggio 2007

La Besa editrice alla Fiera del libro diTorino 2007

La Besa editrice per la nuova edizione 2007 della Fiera Internazionale del Libro di Torino, propone un percorso di scrittura che unisce con un unico filo rosso una serie di tematiche di grande attualità, portando all’attenzione del pubblico diversi autori, nell’ambito della narrativa (Luciano Pagano con il suo “Re Kappa”) e della saggistica (Ferdinando Boero con la sua opera dal titolo “Ecologia della Bellezza”). A questi appuntamenti che si terranno nello Stand della Regione Puglia (pad. 3 stand s86t67), rispettivamente giovedì 10 maggio 2007 alle 15,30 e venerdì 11 maggio 2007 alle 16,00, si aggiungono delle ulteriori proposte che riflettono un impegno della Besa stessa portato avanti da anni, nell’ambito di una ricerca editoriale degli incroci inter-etnici e multiculturali: nell’ambito ad esempio dell’appuntamento dal titolo Lingua Madre sarà presente dall’Algeria Maissa Bey che per Besa ha pubblicato “La notte sotto il gelsomino” lunedì 14 maggio ore 14,30; nello Stand della Lituania (Paese quest’anno ospite alla Fiera del Libro di Torino, stand d02 ,c01) verrà presentato il volume “La terra, Dio e il Diavolo: miti e racconti lituani” sabato 12 maggio alle 15,00 la cui traduzione è stata affidata al prof. Guido Michelini; mentre domenica 13 maggio alle ore 11,00 Fabio Omar El Ariny autore de “Il Legame” incontrerà i suoi lettori nello stand della casa editrice Besa e sempre nello stesso giorno alle 13,00 (stand della Lituania) verrà presentato il volume di Romualdas Granauskas “La vita sotto l’acero” un romanzo molto bello e significativo per i suoi contenuti, in quanto tocca tematiche "scottanti" per la Lituania del periodo sovietico, che era tabù toccare prima della perestrojka di Gorbaciov. Tra gli interventi previsti negli appuntamenti della Besa editrice quelli di Stefano Donno, Guido Michelini, Birutė Žindžiūtė-Michelini, Rosella Santoro, Claudio Martini, Emilio Balletto, Isabella Camera d’Afflitto. Uno spettro piuttosto ampio di appuntamenti che testimoniano come la Besa sia divenuta una realtà che oramai interloquisce attivamente con l’appuntamento più importante a livello internazionale come la Fiera Internazionale del Libro di Torino. La Besa editrice, aspetta in Fiera tutti i suoi lettori, allo Stand B35.

giovedì 3 maggio 2007

Il libro di Egon

A quanti ritenevano di essersi lasciati debitamente alle spalle spleen e simili, mi permetto di consigliare il lavoro di Stefano Zangrando dal titolo Il libro di Egon, per i tipi di Greco e Greco editori di Milano (www.grecoegrecoeditori.it), nella collana Meleusine diretta da Vittorio Orsenigo. Egon Ventura, approda a Berlino per la prima volta, alla veneranda età di venticinque anni, dove l’attende un corso di tedesco al rinomato Goethe Institut e un tirocinio da portare a termine in apposite “gabbie d’apprendistato” individuate dal medesimo ente. Il protagonista, che misura il suo soggiorno attraverso categorie dermografiche di eichendorfiana memoria (Vita di un perdigiorno), si troverà a non reggere il peso di una metropoli cosmopolita e plurisemantica, i cui codici azzerano qualsiasi possibilità di costruzione di dialogo. Il riconoscimento dell’altro avviene nella trasformazione/trasmutazione del termine latino alter (altro per l’appunto) in ater (aggettivalmente atroce), la cui voracità cannibalica, riduce di fatto all’osso qualsivoglia presenza agente nelle vicende narrate. Non è un caso che ad esempio il lettore di quest’opera non venga debitamente fornito di coordinate temporali per potersi più agevolmente muovere nel lento dipanarsi delle vicende narrate. E non è una questione di sublimazione di categorie emozionali. Per di più la scelta di condensare gli attimi, o meglio cristallizzarli, o ancora museificarli per la precisione, aumenta l’atmosfera asfittica che permea l’intero libro, dove la tendenza alla sopravvivenza viene resa ancora più greve, da una sorta di cecità nella costruzione di un incontro autentico possibile, venendo quindi a inficiare una potenziale apertura individuale, soggettiva alla conoscenza. Egon, è pieno di dubbi e inquietudini, gode del dubbio stesso nella ricerca della verità, o in maniera più puntuale di una via di fuga dalla certezza di una verità dove il respiro dell’intuire ha buon gioco, mentre intorno tutto è nausea. In Egon (per sottostima e per inettitudine, decadente ma non troppo, pulp ma non troppo, tendente al pop con scarso successo) vengono a sintetizzarsi quelle peculiarità proprie di vecchi personaggi, a tutti noti da tempo, della storia della letteratura italiana: Emilio Brentani, Alfonso Nitti, lo stesso Zeno. E come Svevo l’autore lavora su una materia di selezione stilistica, lessicale, deliberatamente incolore, talvolta banale, spregiudicatamente dimessa, arida, strumentale però allo svelamento di un’ironia melanconica, che permette al lettore di osservare gli ingranaggi degli alibi mistificatori, le false convinzioni, i vicoli ciechi dei drammi personali. Il fatto è, in tutta sincerità, che l’espressività di Zangrando, trasparente e malleabile, tattile sulle cose da dire, sugli accadimenti immiserenti della quotidianità, senza alcun guizzo o accensioni di sano egoismo, non risponde a quei parametri indispensabili ad un miniaturiale intarsio argomentativo circa una plausibile anche se scialba materia autoanalitica, non in dolby surround, o in technicolor, né tanto meno in bianco e nero. Egon in fondo si muove su una tensione fondamentale che è quella della “riuscita”, del self-made-man, alla ricerca nel capoluogo teutonico, della pepita d’oro che lo trasformerà nella caricatura di uno zio Paperone (per paradossi naturalmente). L’imprinting ontologico è quello del salotto borghese di provincia, dove la nuova progenie deve riscattare col successo, il fallimento degli avi. E giù pesante allora, con croniche insoddisfazioni, gelosie, dissidi, rancori, tutto l’armamentario per allestire un teatrino delle oscenità, dove ciascuno recita la parte di una vita che non gli appartiene ( non solo Egon, ma anche altre comparse come Laura, Zoe, Selene, Chantal, Weber e altri), nell’inesorabile piattezza del giorno dopo giorno in cui hanno ampia libertà l’urto di malesseri, di ipocrisie, di capricci (mai autentiche passioni), veleni dell’anima a cui non si può trovar alcun rimedio, frutto dell’incapacità di riassumere sulle proprie spalle il peso di responsabilità o scelte, e quindi di rigor d’analisi, che produce dinamicità e forza. Zangrando pare compiacersi nel farsi portavoce di quella pesantezza che Nietzsche attribuiva al popolo tedesco per quella sua incapacità genetica di reggere il dionisiaco, e che in questa sede si manifesta in tutto il suo fulgore. E Berlino (eccetto una sua congenita pretesa “egon-centrica” di essere Storia) diviene oltre che pre-testo di scambio ecolalico di relazioni, tensione endoscheletrica di Egon a percepire la città come visione, al di là delle leggi immediate della realtà che la contraddistinguono, di un movimento che è Eros, dimorante in ogni dove. Al di là di qualche ovvietà, come la vita di uno studente fuori dai confini della madre-patria molto simile a quelle dei college americani ( sesso, alcool e rock’n’roll, e singolari bravate), il libro in oggetto ha un suo pregio fondamentale, che è quello di rimanerti dentro per lungo, lungo tempo. Custodirai il malessere di Egon con una strana morbosità, e non mancheranno occasioni di fermare lo sguardo sulla sua copertina, mentre passi in rassegna i libri della tua biblioteca, con una malcelata voglia di rileggerlo, perché Zangrando ti sembrerà di conoscerlo da chissà quanto.

Stefano Zangrando, Il Libro di Egon, Greco e Greco editori, pp.244, 2005 (da www.musicaos.it)

Macro pop 2